g. martino

Postato in data 27 marzo 2017 Da In Eventi Con 322 Visualizzazioni

L’ITALIA DI OGGI E I TRATTATI DI ROMA

Il 25 marzo abbiamo ricordato la firma dei Trattati di Roma con i quali si diede vita alla Comunità Economica Europea e all’EURATOM, innescando quel processo di integrazione europea che sembrava essersi arenato dopo il rifiuto dell’Assemblea Nazionale francese di approvare la CED, Comunità Europea di Difesa, nell’agosto del 1954.

Il Trattato della CED sanciva cessioni di sovranità  in un settore strategico che in quel momento storico la Francia, preoccupata del conseguente riarmo tedesco, non era disponibile ad accettare. Il processo di integrazione politica subirà un ritardo che non verrà più colmato perché  da quel momento prevarrà la via delle realizzazioni settoriali.

A farsi carico della nuova situazione, in modo quasi insperato, sarà l’Italia che assumerà quel ruolo politico trainante che fino a quel momento era stato svolto dai francesi.

Il siciliano Gaetano Martino, convinto europeista, da poco nominato ministro degli Esteri, forte dell’appoggio di  un degasperiano di ferro come Mario Scelba, allora Presidente del Consiglio, accetta la sfida e comincia a tessere quei rapporti diplomatici che porteranno alla firma dei Trattati di Roma.

Martino è stato uno scienziato prestato alla politica. La sua formazione scientifica e il suo approccio concreto e pragmatico si rivelarono utili nell’affrontare l’impasse in cui si era arenato il processo di integrazione europea.

Rendendosi conto che il percorso intrapreso con la CED significava un approccio per la costruzione europea decisamente troppo politico, riprese a considerare il metodo funzionale, quello della progressiva unificazione per settori, il cosiddetto spill over.

Con il discorso alla Camera dei Deputati del dicembre 1954, in modo diretto e perentorio, propone la sfida: “L’integrazione economica dell’Europa occidentale per mezzo di agenzie specializzate è cominciata prima della CED e non c’è ragione che termini dopo la CED”.

Martino è uno degli uomini politici italiani del tempo molto apprezzato in campo internazionale. Già conosciuto e stimato dagli inglesi e dagli americani per il ruolo svolto all’interno della commissione alleata nel campo dell’educazione (durante l’occupazione in Sicilia era rettore dell’Università di Messina) aveva accumulato esperienza e intessuto ottime relazioni con le elite europee.

Eccellente oratore e profondo conoscitore del mondo anglo-americano (parlava correttamente l’inglese) era riuscito ad ottenere l’adesione dell’Italia e della Germania all’interno dell’UEO, un succedaneo della CED, che permetteva, comunque, all’Italia di non essere isolata nel contesto internazionale.

Forte del suo prestigio personale e della sua convinzione europeista, nonostante il potere di iniziativa fosse una prerogativa francese, si assume la responsabilità di proseguire l’iniziativa di rilancio dell’idea europea  e propone la riunione semestrale della CECA in Italia, a Messina.

Questa iniziativa è ben accolta dai paesi del BE NE LUX, accettata dai tedeschi, guardata con diffidenza dai francesi, che comunque non si oppongono.

Tutti i partner, infatti, accettano sapendo che l’eventuale insuccesso sarebbe stato addossato alla responsabilità dell’Italia e in particolare al suo ministro degli Esteri.

Nella conferenza di Messina il suo senso politico, che poggia su basi squisitamente pragmatiche e concrete, troverà il punto di equilibrio nella formula “in pluribus unum”: non soppressione del concetto di Nazione, ma superamento all’interno di una visione comune. La ricchezza dell’Europa è la sua diversità che poggia su profonde radici culturali.

Il successo della conferenza di Messina e della successiva conferenza di Venezia rendono possibile  la stesura dei Trattati e la  loro firma a Roma nel 1957 e confermano la sua leadership che un diplomatico americano così descrive: “aveva ottenuto la sua posizione grazie a quello che molti avrebbero chiamato cattivo carattere,  ed era solo fermezza nel rifiutare ed energia nel pretendere”.

Durante le negoziazioni specialmente con il suo omologo francese, Maurice Faure, restio a qualunque concessione, Martino non dimostrò solo fermezza di carattere ma anche fermezza della sua idea d’Europa.

La sua dottrina europeista rappresenta un cambiamento della politica estera italiana le cui strategie non saranno più subordinate ai tatticismi di politica interna: l’Europa non sarà più il mezzo ma il fine.

Egli è convinto che l’Italia può realizzare la sua missione nazionale ed evitare la sua disintegrazione interna e l’isolamento internazionale solo dentro una cornice europea sempre più integrata e solidale e questa tesi è affermata chiaramente nelle sue parole: “Non si tratta di fare l’Europa per dissolvere l’Italia ma di fare l’Europa affinché l’Italia possa sviluppare tutte le sue energie al servizio di una vita  civilmente più fruttifera per tutti gli italiani“.

È forse da queste parole che l’Italia dovrà ripartire per rilanciare un’idea d’Europa che populismi, egoismi, nuovi nazionalismi e bibliche emigrazioni vorrebbero dissolvere, obnubilare, rimuovere.

Antigone

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