comunicare certezza

Postato in data 17 giugno 2016 Da In Benessere

COMUNICARE UNA CERTEZZA

Forse una generazione è saltata, o forse i fiumi carsici dell’umanità sono così imperscrutabili che quando meno te lo aspetti una risorgenza imprevista riattiva di nuovo la vita.
Solo un incontro che fa emergere le domande può salvare il quotidiano. Solo un amore gratuito, un amore fuori dalle regole che ti hanno imposto, può farti intravedere una risposta.
Nessuna analisi, per quanto intrigante e totalizzante, può rispondere al bisogno dell’uomo, alla sua ricerca incessante di senso. Anche fra i nostri figli, anche fra i drogati, anche fra i malati di mente.
Nel mio lavoro quotidiano emerge inesorabile e prepotente questo bisogno, che leggo disarmato e muto negli occhi di chi mi sta accanto ogni giorno ( e cerco di leggerlo prima di tutto dentro di me).
Forse una generazione è saltata. L’abbiamo lasciata in balia della dittatura dei desideri, che noi adulti abbiamo sbandierato come “liberazione”; abbiamo scambiato – e lasciato in eredità – il bisogno di giustizia e fratellanza con un sistema sociale che ha azzerato ogni ricchezza e ogni individualità, lasciando che il nostro io si perdesse in una presunta libertà, sganciata da qualunque significato; è ciò che in un’altra circostanza abbiamo chiamato una ragione senza verità.
Abbiamo inoltre censurato il valore della tradizione, intesa non come nostalgia dei bei tempi andati, ma come storia, radici, memoria, che ogni uomo si porta ontologicamente dentro per vivere adeguatamente il presente, e preparare il futuro.
Invece abbiamo inculcato ai giovani (ed è un lavorio ai fianchi che dura da almeno cento anni) che andava tutto distrutto e resettato, e ciò è risultato del tutto evidente ancor prima nelle nostre facce, inutilmente arrabbiate e disperate (pardon, indignate), come se il male del mondo fosse sempre e solo colpa degli altri, e delle loro azioni. Ma siamo stati maestri incomparabili ad educare chi abbiamo generato alla solitudine.
Eppure fioriscono come mandorli a gennaio infinite analisi sul malessere delle nuove generazioni; ne ho lette poche, forse non ne leggerò più. Mi basta guardare dentro gli occhi dei miei figli e cercare di fare mia la loro infinita domanda di bellezza (che è poi la mia stessa domanda), una domanda a volte arrabbiata (posso dire legittimamente incazzata ?), a volte inespressa, a volte autocensurata per compiacere la massa, una domanda che a volte prende le strade più sbagliate per esprimersi, una domanda che spesso rimbalza impotente sul nostro silenzio.
Una domanda che grida l’affermazione di sé (l’adolescenza) o che costruisce un futuro (il diventare adulti), ma mai banale o fine a se stessa.
Mi basta guardare dentro gli occhi di chi sta male psicologicamente (è il mio lavoro, e lo considero un privilegio che il buon Dio mi ha dato), per scorgere l’infinito bisogno di certezze e compagnia, dentro il mare in tempesta delle nostre emozioni o convinzioni (spesso patologiche, ma simbolicamente significative).
E’ sempre dentro un rapporto vero che rinasce l’io, e ciò ha una immediata conseguenza pratica ed operativa: ti fa conoscere meglio te stesso e gli altri, ed accresce la tua responsabilità.
Ti fa operare delle scelte, o meglio ancora ti fa nascere un giudizio sulle cose, obbligandoci a valutare le conseguenze dei nostri atti.
Ma c’è oggi in giro un adulto che a tutti i livelli (educativo, politico, manageriale, sindacale), si assuma il rischio di educare qualcuno così ?

Giancarlo Tribastone
psichiatra

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