A parole siamo tutti con Gratteri, con Nino Di Matteo, magistrati assurti a simboli nella lotta alle mafie, ma spesso nei fatti e nei comportamenti anche all’interno delle istituzioni si agisce diversamente e in maniera dicotomica tra quello che si vuole apparire e quello che si pensa e si è realmente.
Anche gli organi di stampa e i media in genere, con notizie poco trasparenti, spesso false e tendenziose, legittimano o sminuiscono azioni, condotte e atteggiamenti censurabili e degni di biasimo, seguendo più gli interessi di bottega sia essi economici che politici.
In questi ultimi giorni crea stupore e sdegno lo spazio pubblicitario riservato dalla rete pubblica ad un quotidiano nazionale, che propaganda, pur di acquisire notorietà e lettori, la sua totale avversione per le manette facili e per ogni forma di giustizialismo, ergendosi a paladino e a tutela di chissà quale giustizia.
Difronte a questo tipo di propaganda, di un giornale che dovrebbe veramente basare la sua notorietà, e di conseguenza le sue vendite, sulla professionalità, sulla qualità e veridicità delle notizie, oltre che sul gradimento dei lettori, non si può che rimanere sconcertati e perplessi sull’attuale corso intrapreso dall’editoria italiana e dall’informazione in genere.
Informazione italiana che nonostante diverse sollecitazioni, convegni, promesse e aspirazioni, non riesce a trovare il giusto passo per potere decollare verso spazi più ampi di libertà, continuando così ad occupare per tale limitazione la settantesima posizione nella apposita graduatoria internazionale.
Paolo Caruso

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