lucia campisi

Postato in data 23 aprile 2016 Da In Scuola

APOSTROFI, ACCENTI E SOCIETA’

La macchina non da il resto”. “Nessuno lo chiede, ne lui ne io“. “Cosi è se vi pare?” Se vi siete accorti che c’è qualcosa che non va, allora cominciamo bene.

Busso piano alla porta del direttore de Lopinione. Per non disturbare. E per non risvegliare quel rilassatissimo apostrofo che non c’è. Lui può permetterselo. In quanto specchio di una libertà desiderata e raggiunta. Busso piano per rispetto delle idee di tutti. Ma potrei mettermi a gridare e morettianamente affermare “le parole sono importanti!”. Anzi, hanno un profondo significato, e legano il pensiero alla realtà. E temo che, storpiando la vera natura delle parole, storpiamo anche la realtà che ci circonda.

Accenti ed apostrofi sono microscopici segni grafici, quasi impercettibili, ma la loro assenza, quando invece dovrebbero esserci, mi genera sempre un profondo contorcimento delle budella… E se la macchina non ‘da’ il resto, fa bene. Perché le manca il verbo principale, il verbo che la fa agire. Il verbo, semplicemente. Cioè quello che tutto move, quello da cui tutto inizia. Errori su errori, errori su orrori, errori scritti e parlati e magari pensati. Ché, diceva ancora Moretti, “chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste”. Ed è solo questo che mi preme: riportare la grammatica nella società. E magari attraverso accenti ed apostrofi, ricominciare a pensare in maniera corretta, o quanto meno civile.

È come se ci fossimo persi dei pezzi. Come se la semplificazione della vita avesse in qualche modo semplificato anche il suo stesso significato. La leggerezza dovrebbe essere un valore positivo, non un’assenza di peso morale. Assenza. Che invece pare una presenza forte. Basta scendere in strada per accorgersene. O accendere il televisore. Manca il peso. Manca il sostegno. C’è il tracollo. Della comicità, della serietà, della normalità. Non mi ci metto nemmeno ad affrontare il peso della politica. Mi troverei risucchiata dalle sabbie mobili.

Valuto invece il peso della leggerezza, dello intrattenimento. Vedo il contrario di quello che dovrebbe essere. E trovo che, questa sì, è una insostenibile leggerezza dell’essere.

Non mi riferisco ai macro-temi dell’esistenza: l’onestà, il rispetto del prossimo, la compassione, la salute della Terra e dei suoi abitanti. Parlo solo di ignoranza. Su tutto. Fossero solo accenti ed apostrofi, non mi darei la pena di pensarci e di scomodare accademici e letterati. Ma quell’accento saltato, alle volte, fa la differenza. Un po’ come dire prìncipi e princìpi. Si e sì. Da e dà. Fa e fa’. Subito e subìto, Pèsca e Pésca. Sostanziali differenze. Non soltanto fonetiche.

E se ci fosse una maggiore consapevolezza di queste sottili ma determinanti differenze, non si sentirebbe il bisogno di elogiare petalosi ed inzupposi neologismi. Rottamando, al contempo, aggettivi desueti ma ancora perfettamente funzionanti, che aspettano solo di essere scritti, pronunciati e pensati dai nuovi talenti dell’essere. Talenti, già quelli che quotidianamente, per il solo fatto di saper fare qualcosa di normale, diventano eccellenti.

D’altronde di fronte a paludi di incapacità e ignoranza, il saper fare poco è già qualcosa. E saperlo fare, in questi casi, comprende anche il farlo sapere. Rendendo i nostri neuroni specchio sempre più felici ma paurosamente pigri, solitari, vanesi ed inutili.

Chi cucina l’entrecôte su coulis di pomodorini confit, chi esegue un demi-plié, chi partecipa ad un contest… Ovvero cucinare una bistecca alla griglia su salsa di pomodori caramellati, fare un piegamento medio, partecipare ad una gara. Le parole le avevamo già. Ma in pochi se lo ricordano. E quel lucore paradisiaco descritto da Dante, è stato mandato in pensione anche sui banchi del ginnasio.

Sarebbe il caso di mettere un punto. Punto a capo, magari. E ricominciare il paragrafo con un approccio meno megalomane e più proiettato ai valori reali dell’essere: io esisto in quanto essere. Io esisto assieme agli altri. Io comunico, io convivo, io collaboro, io rispetto, io penso, io faccio, io amo…

La grammatica delle idee, insomma, capace di usare bene la punteggiatura, gli aggettivi, gli accenti, i congiuntivi e tutto il resto.
Quella grammatica che (perdonatemi, non resisto… ma pennarossa da maestrina ha preso il sopravvento e sta scrivendo per me) impone un’antica eleganza e cavalleria nei confronti del gentil sesso ( l’apostrofo si mette davanti ai femminili. Es: un’amica). Quella grammatica che è educata e rispettosa perché‚ dà (con l’accento, non l’apostrofo), se è verbo. Senza, significa ‘da qui a lì’), fa (e non fa’, ché‚ con l’apostrofo è un troncamento di fai. Senza accento o apostrofo, o è verbo o è una nota musicale), sa (non sà), porta con sé‚ e non esclude né‚ questo né‚ quello.

E magari ci porta a pensare meglio e a fare meglio. Ci insegna a confrontarci nella normalità dell’esistenza. Ché, se poi siamo migliori di altri a fare questo e quello, non sarà un talent a dichiararci campioni, ma la vita stessa ci darà questa sensazione e ci renderà protagonisti.

Seguendo un corretto percorso, e non il suo contrario…

E, giusto per togliere un po’ di polvere da parole sepolte vive, ecco di seguito il mio picchetto d’onore a: lucore, ancillare, livore, tignoso, favella, dicotomia, culaccino, inanità, probo, fandonia, stolido, abusione, periglioso. E aggiungo pure grazie, buon giorno e buonasera. Per chi, troppo spesso, li lascia nel ripostiglio.

Lucia Campisi

Etichette:

Relativo a