Da ricerche effettuate in varie Università internazionali di sicuro prestigio e serietà quali Losanna, Tilburg in Olanda, Oxford, Pisa, emergono risultati che inducono a riflettere.Il dato di fatto che tali ricerche evidenziano e dal quale non si può prescindere è che la corruzione in Italia è molto diffusa e ci colloca tra i paesi più corrotti in ambito internazionale.
Sembra, tuttavia, che la diffusione del fenomeno non sia l’effetto di un carattere proprio del nostro popolo, come una sorta di marchio genetico che ci appartiene.
Dagli studi effettuati sul campo e quindi riscontrati con una sufficiente attendibilità scientifica, emerge che “l’ampiezza della corruzione non dipende tanto da caratteristiche innate dei popoli, quanto dall’efficienza con cui la si reprime“. Inoltre, il potere ed il sentirsi potenti e sicuri, fuori da ogni controllo, rischia di traviare anche le persone più oneste.
La differenza tra i diversi livelli di corruzione nei vari paesi dipende dall’efficienza con cui la si reprime e dalla percezione del danno che essa provoca sul bene comune.
In Italia corrotti e corruttori, diversamente che da altri paesi, non spariscono dalla vita pubblica e le sanzioni sono quasi impossibili da applicare. Sulla scala di milioni di persone, in particolar modo dove lo Stato è debole ed inefficiente, si perde la percezione del danno che tali reati provocano alla collettività e le raccomandazioni, l’evasione fiscale e la corruzione vengono percepite come colpe veniali.
Per combattere il fenomeno è necessaria la collaborazione di tutti ed occorre la massima trasparenza del processo decisionale. Occorre che i cittadini, attraverso l’educazione familiare, la scuola, i media, comprendano i vantaggi della difesa del bene comune.
Un ambiente dove prevale la corruzione, invece, tende ad emarginare gli onesti, di cui non ci si può fidare. Il danno indiretto, ma non minore, che ne deriva è la sfiducia verso le istituzioni, la distorsione del mercato, l’interesse a mantenere farraginosa la burocrazia.
Fin qui, riassunto per grandi linee, il risultato delle ricerche che può ritenersi condivisibile nell’analisi e nelle conclusioni dalle quali possono ricavarsi alcune considerazioni.
Nel nostro paese le cause del disagio hanno radici lontane, in uno Stato che nella sua storia unitaria non è riuscito ad emanciparsi dal condizionamento degli interessi di parte che riescono, ancora oggi, a determinare ed a caratterizzare le scelte di fondo.
La corruzione, l’evasione fiscale, la delinquenza organizzata sono il sintomo, la punta dell’iceberg, di problemi non risolti e di un male profondo della nostra società. La concezione del bene comune non riesce ad avere la meglio sugli egoismi individuali, che poi si sublimano in quelli della famiglia e del gruppo di appartenenza.
C’è una visione liberale che tende a tutelare il diritto del singolo alla libertà e ad affermarsi secondo le capacità ed il merito. Ma, affinché tutti possano avere le medesime opportunità, è necessario un contesto in cui le possibilità ed i diritti siano uguali e garantiti per tutti e le regole ed i doveri rispettati da tutti.
La nostra, invece, è una società che conserva ed anzi ha accentuato dei tratti e delle caratteristiche che, per alcuni versi, possono definirsi medievali e feudali: una creatura nata male o forse mai nata nonostante le grandi idealità ed i grandi principi che hanno ispirato la nostra Costituzione subito dopo la tragica e dolorosa esperienza del fascismo, della guerra e della Resistenza.
E in un contesto sociale come il nostro, la corruzione rappresenta il frutto naturale dell’albero che abbiamo lasciato che ci crescesse in giardino. Per uscire dalla situazione che ci affligge occorre una grande consapevolezza collettiva che, senza mortificare l’iniziativa e le capacità dei singoli, privilegi il bene collettivo.
Definirei questa consapevolezza “cultura”. Cultura che deve essere patrimonio comune, appartenere a tutti, essere condivisa. Disse Gesualdo Bufalino, ed il richiamo ha il carattere metaforico del riferimento ad una maggiore consapevolezza, che “per combattere la mafia occorrono tre cose: libri, libri, libri”.
È necessario insistere per proporre una diversa cultura dello stare assieme e della comunità, dare buoni esempi, affermare la meritocrazia.
In assenza di un impegno serio e di interventi efficaci per la tutela dei diritti ed il rispetto delle regole, che nel nostro paese non possono essere disgiunti dalla lotta alla delinquenza organizzata nelle sue varie articolazioni e forme, compreso il sistema della corruzione, saranno sempre più difficili i tentativi di realizzare una società più giusta, più equa, maggiormente improntata alla legalità.
In tale prospettiva, un ruolo fondamentale lo devono svolgere la Politica e la Pubblica Amministrazione, dotandosi di strutture, di processi decisionali e di una cultura improntati all’efficienza ed alla trasparenza. Per contrastare i fenomeni di deviazione da comportamenti corretti, per garantire e tutelare i cittadini, rendere forte lo Stato.
Francesco Caruso

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