Postato in data 9 Novembre 2017 Da In Notizie brevi

UN PICCOLO GESU’ E’ ARRIVATO IERI A POZZALLO A BORDO DI UNA NAVE DI MIGRANTI

 

Quella di ieri è una storia dai tratti sconvolgenti. Una storia vera. Una storia che non può essere raccontata con i connotati di un colore politico o di una bandiera di parte. Quella di ieri è una storia che può essere vissuta solo con umanità. Quella umanità necessaria che deve unirci nel dolore. Un dolore comune e sociale. Per una volta uniamoci in una direzione unica. Proviamoci.

Insieme agli operatori sanitari, ai volontari, alla prefettura e alle forze di polizia mi porto e ci portiamo dentro un’immagine brutale. Quella di un inerme cadaverino arrivato ieri al porto di Pozzallo a bordo di una nave, una delle tante che batte il Mediterraneo per salvare i migranti. E’ l’ennesima assurda vittima di una tragedia di dimensioni enormi.

Non bastano le parole per descrivere la sensazione d’impotenza che si prova. Potrebbe essere il figlio di ciascuno di noi, potrebbe essere mio figlio, potrebbe essere nostro figlio. Eppure si continua a blaterare di questo dramma come se fosse qualcosa che non ci riguarda, come se ci sfiorasse solo lontanamente. Quel bambino non ha nessun colore della pelle.

Poco cambia se nera, mulatta, gialla o bianca. E’ figlio del nostro mondo, è un pezzo di futuro stroncato, è un presente negato a sé e alla propria famiglia. Vi immaginate la madre come si sentiva ieri. Immersa nelle lacrime e in un dolore straziante. E magari il padre, chissà dove si è perso. Nei meandri di quale pezzo d’Africa. E, sempre se vivo, chissà in quale dittatura, o povertà, senza scuole, senza un domani da potere immaginare, senza sogni da potere coltivare.

Ma non solo un bambino piccolo. Anche tanti altri morti dispersi, tutti ancora da accertare. Parenti, amici, cugini. Tutti nostri fratelli che sono deceduti nel mare della morte. Nessuna strumentalizzazione e nessuna polemica. Solo la presa d’atto di una strage avvenuta nel nostro mare. Una strage di cui dobbiamo prendere consapevolezza per la sua immensa drammaticità.

Nessun fanatismo, né dall’una e né dall’altra parte. Ma mi chiedo se dobbiamo girare la testa oppure gridare con quanto fiato rimasto in gola per ribellarci a tale tragedia? Il fenomeno prima dell’accoglienza e, ancora dopo dell’integrazione, rimane una questione complessa e delicata da affrontare. Me ne rendo conto. Ma adesso non è il momento adatto per parlarne.

Quindi rispettiamo, col silenzio dovuto, questo lutto collettivo. Ma vi prego quando affrontiamo il tema dell’ ”immigrazione” ricordiamoci che un genitore quando decide di lasciare il proprio paese portando con sé il proprio bambino, affrontando un viaggio durato settimane, se non mesi,decide di mettere a rischio il futuro del proprio bambino perché sa quella attraversata può essere fatale. Ma il desiderio di dare un futuro al proprio esserino è più forte di quel rischio. Però, purtroppo, ieri, come tante altre volte, è andata male, perchè quel rischio si è trasformato nella certezza di una tragica fine, nella fine di un destino andato perso nelle derive di un mare, ormai diventato la tomba naturale di milioni e milioni persone.

Io non posso pensare che il nostro Mondo, la nostra Europa, il nostro Paese non riesca a garantire un futuro a un bambino che, assieme alla sua famiglia, cercava un posto migliore dove potere crescere. Ma non possiamo stancarci di provarci, senza ovviamente dimenticarci dei figli che già stanno nella nostra terra. Ovvio.
Ma questo può essere un mondo migliore dove ognuno di noi, spero, vuole vivere.
Ah, dimenticavo. La storia di ieri non è la prima che vivevo. Solo che questa volta l’ho voluta condividere con Voi.
Restiamo Umani. Per Favore

 

Mario D’Asta

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