Postato in data 14 aprile 2017 Da In Arte

IL SILENZIO DEL SABATO SANTO

Non è semplice trovare un modo di rappresentare il silenzio del Sabato Santo, giorno aliturgico in cui ogni voce deve tacere. Uno straordinario coraggio interpretativo offre una possibilità ad Andrea Mantegna, pittore in auge alla corte mantovana dei Gonzaga, massimo esperto in tecnica prospettica appresa dai grandi maestri Donatello e Piero della Francesca e in forme luminose e morbide ereditate dal maestro veneziano Giovanni Bellini.

Il Mantegna dunque, artista monumentale formato sul modulo classico come il migliore umanesimo italiano chiedeva, si appresta a dipingere su tela, e già questo è innovativo, il suo Compianto su Cristo Morto in un arco temporale che va dal 1475 al 1478 (datazione incerta, per alcuni più tarda), mentre comunque è ancora il pittore di corte massimo dei Gonzaga.

La versione iconografica che dà di questo tema risulta però stravolta e nuovissima: alle braccia della Madre che accolgono il figlio dopo la Deposizione si sostituisce la nuda pietra di marmo su cui questo Cristo è adagiato e i tre dolenti a fianco (la Madre, Giovanni e una Maddalena in fondo) vengono ridotti a gruppo unico che assiste senza toccarne più il corpo.

Anche la sequenza narrativa che il Mantegna decide di tagliare e narrare è particolarissima: il Cristo è deposto sulla pietra dell’Unzione (prova ne sia il vasetto degli oli rappresentato in alto a destra), non è ancora stato bendato per la sepoltura e viene rappresentato coperto da un drappo che risulta essere più un pietoso velo a coprirne il corpo martoriato, oppure mi piace pensare, una leggera coperta con cui la madre copre il figlio dormiente in un estremo atto d’amore… ma non sono ancora le bende del sudario di cui parla Giovanni nel suo Vangelo al v. 40 : “Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei”.

E’ quindi questo il corpo più vicino a quello che possiamo immaginare sarà tra poco nel sepolcro, ma il più vicino quindi anche a quello che potrà risorgere liberandosi da bende e pietra. Nessuno fino a quel momento si era dunque spinto a raffigurare il Cristo del Sabato, del silenzio assoluto, per gli Ebrei della Parasceve, cioè della loro vigilia della Pasqua che cadeva naturalmente di sabato. Comunque un tempo di stasi, di attesa… La loro Parasceve e il nostro sabato santo aliturgico chiedevano un Cristo Morto assoluto, fratello di ogni uomo abbandonato al freddo della morte e all’angoscia del pianto di chi ama troppo ed è rimasto in vita vicino ad un corpo freddo ed esangue.

Ma il maestro Mantegna cos’ha a disposizione per rappresentare quel silenzio cosmico ed inesprimibile, ineffabile anche in ottica di tecnica visiva che sfrutta solo un senso, la vista, di per sé silenzioso? Ha le sue armi “da pittore”: prospettiva e colore-luce. Se sul primo strumento già da tempo si arrovellava con disegni preparatori che ancora abbiamo e altri studi sul tema – rimane ad esempio un “Cristo in scurto” (“scorcio”) del 1506 trovato dopo la sua morte in bottega, altri ne esistono con prospettive rovesciate dove la testa è in primo piano e i piedi in fondo e i dolenti ancora fanno grembo al posto della pietra.

Ma la prospettiva qui è arditissima: lo scorcio è molto pronunciato, addirittura illusionista (è noto come il Cristo del Mantegna sembri seguire lo sguardo dell’osservatore in qualunque punto egli si ponga), ed il centro prospettico si colloca nel punto dei genitali… Una prospettiva dunque non solo “tecnica” e virtuosa ma anche simbolica: questo è fondamentalmente un Cristo consegnato totalmente alla morte e quindi tutto uomo, almeno per quel che riguarda il corpo… Altri interpreti hanno notato come il viso, anch’esso visto in scorcio dal basso all’alto, sia invece un viso sereno e composto: il viso di Dio, non dell’uomo…
E qui si colloca l’ambivalenza che il Mantegna ha voluto esprimere coi suoi due mezzi: la composizione degli ossimori che solo il silenzio poteva operare. Unicamente una prospettiva ardita infatti era in grado di rendere le due nature, umana e divina, di un corpo umano contratto dal rigor mortis e di un viso disteso tutto di un Dio che è sceso agli Inferi per salvare ogni uomo da Adamo in poi. Questo infatti avviene per la Fede cristiana nello straziante buco nero del Sabato santo, “Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalla sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione…”, così recita un’antica “Omelia sul Sabato santo” che leggiamo oggi.

Ma ossimori ricomposti avvengono anche nell’uso sapiente di luce e colore che il Mantegna aveva appreso tanto bene in terra ferrarese e veneziana: il livido del corpo esangue è tutto un gioco di piani di luce che proviene unicamente da una fonte a destra, quasi un punto di squarcio che sia altro fuoco prospettico a lato e che crei direttrici luminose di fuga indipendenti.

Eppure quella carne priva di vita risulta composta da piani luminosi quasi assemblati (si noti il gioco della muscolatura di ventre e petto, del panneggio a cui accennavamo, dei piani lineari del viso sereno, delle rughe solcate dei dolenti con lacrime solide a perla… come pure delle ferite su mani e piedi luminose come pietre incastonate, seppur nelle tinte di piaga) in modo tale che solo un maestro poteva orchestrare, facendo coesistere morte e vita in modo mirabile.

Il silenzio dunque si mostra come sforzo di composizione di estremi: la giovane Madre che immaginiamo nell’Annunciazione è qui la Madre coeva segnata dagli anni, il discepolo giovane Giovanni (“quem diligit”) è colui che dovrà assumersi la responsabilità adulta di accogliere la madre nella sua casa e assieme a Pietro di correre a vedere un sepolcro vuoto, germe del Primo annuncio, e infine una Maddalena dolente sullo sfondo è figura poco protagonista rispetto alla donna innamorata che nel giardino per prima implorerà il giardiniere per sapere dove hanno posto il corpo del suo Signore…

Questo opera il silenzio del Sabato, appiattendosi forse sull’unico senso che ci è dato immaginare, l’olfatto, che consente a chi è presente alla scena di avvertire quasi il profumo meraviglioso degli oli aromatici che parlano anche di vita, come il nardo d’amore che pochi giorni prima Maria di Betania aveva versato per Lui.

Di nuovo il silenzio come eccesso d’amore non comprensibile, di un Dio piagato che si fa ultimogenito e, con le armi solo della sua Crocefissione, scende agli inferi portando in Paradiso subito per primo il Buon Ladrone, come gli aveva promesso sulla croce.

La meraviglia del profumo che si può cogliere solo quando si abbraccia qualcuno, quando Cristo, l’Unto di Dio, lascia la Pietra dell’Unzione umana per sub-abbracciare tutta l’umanità e salvarla per sempre dal sonno di un inferno che non ha profumi.

Chiara Gatti

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