Postato in data 12 agosto 2019 Da In Spettacoli

VITO E GINETTA di Paola Stella

Paola Stella nata a Monterosso Almo è laureata in Scienze Biologiche, ma ha sempre avuto la passione della scrittura trasmettendo nelle sue fiabe la sostanza della vita. E’ innamorata soprattutto della narrativa dei grandi scrittori dell’800, russi, tedeschi, francesi e italiani. Nel periodo di docenza nelle scuole medie ha rivestito il ruolo di tutor di laboratori teatrali per i ragazzi, per i quali doveva inventare storie e supportare gli esperti nell’allestimento di piccoli spettacoli.

Vito era un omaccione alto e robusto. Con la sua voce poderosa metteva soggezione, almeno a quelli che non lo conoscevano bene. Sembrava burbero e poco incline al sorriso, ma in realtà era solo timido, si sentiva impacciato in quel corpo sgraziato. Sulle prime, i bambini erano timorosi, ma quando si metteva a giocare con loro si trasformava, e li faceva divertire.

Da piccolo, però, gli era stato utile quel corpo più sviluppato degli altri contro i bulletti, infatti nessuno osava ingaggiare lotte contro di lui. Si guadagnava il rispetto dei coetanei con la sua robustezza fisica, di cui non aveva nessun merito personale (la natura…) e con le poche parole che pronunciava con decisione.

Vito era nato in una famiglia povera del Sud, era l’ultimo di quattro figli, arrivati uno dopo l’altro nel giro di pochi anni, tutti maschi. Il padre era morto quando lui aveva solo cinque anni, e quindi aveva dovuto imparare molto presto a darsi da fare. Sin da bambino si era mostrato più sveglio degli altri fratelli e, crescendo, era diventato il punto di riferimento per tutti loro. Parlava poco, ma era autorevole, sia per il suo tono di voce sia per le parole che sceglieva con cura. Siccome era molto sviluppato fisicamente, ben presto raggiunse e superò in altezza i suoi fratelli, ai quali andavano man mano i suoi vestiti smessi. Loro non provavano nessuna invidia, anzi erano orgogliosi di questo fratello, e quando qualcuno li offendeva, bastava solo che lo nominassero per incutere timore nei compagni prepotenti. Il fatto che fosse molto maturo e giudizioso, e anche coraggioso, gli aveva conferito l’autorità di fratello maggiore. Era bravissimo nel fare i conti, e sebbene fosse solo un ragazzino, sapeva gestire con intelligenza le poche risorse della famiglia. Faceva inoltre dei lavoretti (ad esempio, pulire con olio e aceto i mobili antichi, lucidare l’argenteria, andare a prendere o portare pacchi) presso alcune famiglie di ricchi, che lo avevano preso a ben volere. Questi signori lo ricompensavano con qualche soldino, oppure con delle uova fresche, con della farina, qualche volta con una gallina, o altro ancora. Sua madre lo adorava. Diceva sempre che era stata una grazia di Dio averlo come figlio ed era sicura che avrebbe avuto un futuro bellissimo. Per consentirgli di continuare gli studi dopo la scuola dell’obbligo, con i pochi mezzi a disposizione, sua madre decise di farlo entrare in Seminario (tanti con problemi economici facevano così a quel tempo). Vito, infatti, passò la sua giovinezza sui libri, in un ambiente ricco di cultura, ovattato, protetto dalle tante possibili insidie esterne, e certamente favorevole ad assecondare una eventuale vocazione, ma a diventare prete, per la verità, manco ci pensava. Al contrario, più studiava più dubbi lo assalivano sull’esistenza di Dio. Quando fu il momento di iscriversi all’Università, uscì dal Seminario, e siccome era molto bravo, un suo insegnante che aveva grande stima di lui, lo indirizzò verso una Casa editrice milanese per lavorare lì. Si trasferì dunque al Nord, dove si manteneva lavorando come correttore di bozze e dove nel frattempo frequentava la facoltà di matematica. Vito, infatti, prediligeva il mondo dei numeri perché lì c’era poco da discutere, i teoremi, il calcolo infinitesimale, erano quelli e basta. Tuttavia, la sua vera passione era la poesia e la letteratura.

Vito, poco più che ventenne, si ritrovò dunque a Milano. Si guadagnò presto, ma non senza fatica, la stima dei colleghi di lavoro e di università, e della signora Bianca, padrona della Pensione che l’ospitava. A dispetto del suo aspetto esteriore massiccio, aveva un animo gentile e dei modi garbati, appresi sin da piccolo negli ambienti signorili, dove aveva fatto il garzone, e dopo al Seminario. La sua timidezza lo portava sempre ad agire con cautela, a non ostentare la sua sapienza, a stare sempre un passo indietro, a subire all’occorrenza qualche piccolo torto. Quando però veniva toccato nella sua dignità, nella sua integrità morale, allora poteva reagire e ferire con parole taglienti e potenti, dette con freddezza, senza ira, ma che non lasciavano scampo all’interlocutore di turno.
La signora Bianca all’inizio era stata condizionata negativamente, come tutti del resto, dai pregiudizi legati all’origine siciliana di Vito, e dal fatto che avesse pochi denari. Era un po’ diffidente verso di lui. Vito, allora, tirò fuori il suo carattere mite ma ferreo e le disse chiaro e tondo quanto fosse determinato a ottenere lo scopo per cui era lì: voleva laurearsi, voleva riscattare le sue umili origini, voleva ripagare la madre della fiducia che da sempre aveva riposto in lui, lavorando onestamente e duramente. “Non sono un perditempo, la pagherò regolarmente. Lei non deve temere nulla”. Le disse perentoriamente uno dei primissimi giorni. Ben presto la signora Bianca fu rassicurata da quella autorevolezza che contraddistingueva Vito, e a poco a poco incominciò ad amarlo come un figlio. Lei era una donnina che profumava di pulito, avanti con gli anni. Aveva i capelli grigi raccolti a crocchia sulla nuca, portava sempre un grembiule scuro con una larga pettorina, e quando parlava con qualcuno, siccome era un po’ sorda, stringeva gli occhi per concentrarsi meglio sui movimenti della bocca dell’altro. Da ragazza si era innamorata di un giovane americano, che era stato ospite presso la pensione, ma suo padre, vedovo, all’idea di rimanere solo qualora la figlia avesse deciso di seguirlo, si oppose strenuamente a quel legame. Bianca giurò, allora, che non si sarebbe più sposata, volendo così colpire il padre, e non rendendosi conto che invece colpiva sé stessa, condannandosi a stare sola.
Vito, tramite la Casa editrice dove lavorava, venne a contatto con intellettuali di sinistra, scrittori, poeti, sognatori, che lo inglobarono presto nel loro entourage. Si riunivano spesso nel salotto di Elsa, figlia unica di un ricco imprenditore, che non vedeva di buon occhio questi amici della figlia piuttosto rivoluzionari, e che non gradiva a casa propria, ma aveva deciso di fare buon viso a cattivo gioco quando un giorno se n’era andata via, a vivere per un breve periodo in una Comune. Pensò che così l’avrebbe persa, la fece ritornare a casa e decise di assecondarla: le mise a disposizione una parte del loro grande appartamento, una ricca biblioteca e un salone dove accogliere questi amici. Elsa era una ragazza brutterella ma molto intelligente, colta e anche viziata. Su di lei avevano subito fatto presa le idee femministe che incominciavano ad apparire all’orizzonte. Aveva iniziato presto ad avere esperienze amorose. A lei piaceva sedurre i ragazzi senza che se ne innamorasse, per dimostrare a sé stessa che l’aspetto esteriore era solo una piccola componente dell’attrazione. Elsa usava la sua vivacità intellettiva, la sua ironia, la sua originalità per catturare. Dopo un po’ si stancava, e indirizzava le sue attenzioni verso altri. Quando conobbe Vito se ne innamorò follemente.

Vito, vuoi per la sua timidezza vuoi perché era di poche parole, e vuoi ancora per i lunghi anni trascorsi in Seminario, era completamente impreparato verso qualunque esperienza di tipo sentimentale. Per lui la sfera dell’amore era rimasta inesplorata. Sin da piccolo aveva sempre dato priorità allo studio e al lavoro; tuttavia, prima di partire per Milano ebbe un’esperienza, la sua prima esperienza con una donna. Salvatore, un suo caro amico, lo convinse, non senza fatica, ad andare da una di quelle signorine esperte, per le quali non era necessario alcun corteggiamento.
Era una calda serata d’agosto, dopo tante discussioni anche filosofiche con Salvatore, che studiava lettere all’Università, e che invece aveva preso a frequentare queste ragazze che non richiedevano nessun impegno e nessuna responsabilità, Vito si decise ad andare… Entrò in una casetta a pianterreno, molto modesta ma pulita; fu assalito subito da un misto di odori, fra cui riconobbe anche quello del basilico. Lui era imbarazzatissimo, per la prima volta in vita sua, non sapeva cosa fare, cosa dire. Fece tutto la ragazza, Ginetta, felice di avere davanti a sé Vito Carimi.

Ginetta conosceva da sempre Vito, da piccoli abitavano nello stesso misero quartiere. Lei lo vedeva tutti i giorni perché giocava in strada con gli altri bambini. Lui, invece, non l’aveva mai notata, primo perché non aveva mai giocato per strada, secondo perché, quando non andava a scuola, era indaffarato con i signori presso cui faceva il garzone, che gli dicevano: “Vito, vieni subito qui… corri lì… prendi questo… fai quest’altro…”
Ora, Ginetta da ragazzina si era innamorata di Vito, per lei era bellissimo, forte e coraggioso, e quando seppe che andava in Seminario, per lo sconforto si diede al primo ragazzo che la corteggiò, senza amore, e poi ad un secondo, e poi ad un terzo, fino a quando si rese conto che poteva guadagnarsi da vivere concedendosi freddamente e per pochi minuti ogni volta. Doveva “solo” separare il suo corpo dai sentimenti, chiudere gli occhi e immaginare di avere Vito accanto a sé. Molto travagliata, ma speranzosa di poter cambiare appena possibile il corso della sua vita, decise per il momento di andarsene da casa, e di seguire una donna, Franca, che l’avrebbe accolta a casa sua. Per lunghi periodi dell’anno Franca si recava in altre città per “lavoro” e aveva bisogno di qualcuno che si occupasse della casa. Del resto, Ginetta era rimasta senza madre, e non sopportava di vivere insieme alla nuova moglie di suo padre, che oltretutto la maltrattava.
Quando Vito si presentò alla sua porta, ingentilita da un magnifico gelsomino rampicante, Ginetta rimase tanto sbalordita da non credere ai suoi occhi, e fu così felice che non avvertì neanche un po’ di vergogna. Si rese subito conto che per Vito, impacciato com’era, doveva essere la prima volta, e fu tenera e dolce, come mai con nessuno prima di allora. Lo fece accomodare nel modesto salottino, con qualche quadretto di fiori e qualche natura morta alle pareti, un divanetto e due poltrone di velluto giallo-oro un po’ logore, dei gerani alla finestra, e gli offrì un bicchiere di sangria fresca e profumatissima. Lei era molto graziosa con quegli occhi verdi e quei capelli neri sciolti sulle spalle, indossava un abitino a fiorellini, leggero e scollato, che metteva in evidenza le sue forme, senza però apparire per nulla volgare. Vito rimase incantato e stordito da quella bellezza per lui genuina, senza trucco, salvo un po’ di rossetto sulle labbra, e da quegli odori di pesca e di vino, di basilico e di violacciocca provenienti da un balconcino che dava nella vallata. Così, si lasciò trasportare come su un’onda in una dimensione sconosciuta. Stettero molto tempo insieme, tanto che gli altri giovani, che attendevano fuori, dovettero andarsene.
Ginetta, naturalmente, non volle nulla da Vito, anzi, fu lei a regalargli una deliziosa conchiglietta, una ciprea con un forellino, per ricordo.

Vito inserì un sottile cordoncino nella piccola ciprea, se la mise al collo e non se ne separò più.
Da lì a pochi giorni, partì per Milano, accompagnato dal ricordo dolce di quella ragazza che gli aveva aperto gli occhi su un mondo sconosciuto.

A Milano, fra università, lavoro e incontri culturali e politici (si era iscritto anche al partito socialista) a Vito rimaneva ben poco tempo per indugiare sui ricordi. Lui era pratico, concreto, determinato nella costruzione, mattoncino dopo mattoncino, del suo futuro di uomo integro e di lavoratore. Certamente quell’esperienza con Ginetta l’aveva segnato profondamente nell’anima, e spesso si ritrovava a pensarla, magari mentre era intento a fare qualcosa. Tuttavia, non si sentiva di modificare, almeno in quel momento, i suoi progetti. Quando poteva le scriveva. Non erano lettere d’amore, non voleva illuderla, né le faceva promesse, però voleva diventare un suo punto di riferimento, una persona su cui poteva contare. Attraverso lunghe lettere, molto più che a voce, Vito riusciva a esprimere i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue aspirazioni per il futuro, verso cui stava impiegando tutte le sue energie. Durante quel loro fatidico incontro lui aveva parlato pochissimo, invece Ginetta gli aveva raccontato tutta la sua vita, l’amore che provava per lui, la sua frustrazione per non essere stata corrisposta, il dolore, le umiliazioni subite, il senso profondo di solitudine. Ora toccava a lui renderla partecipe della sua vita.
Ginetta gli rispondeva. Scriveva con giudizio e grande profondità di pensiero, anche se commetteva tanti errori di ortografia e di grammatica. Vito, decise di insegnarle a scrivere meglio: insieme al suo nuovo scritto rispediva l’ultima lettera di Ginetta con gli errori sottolineati e corretti. Man mano imparò a scrivere correttamente, e lui ne fu felice. Le mandava dei libri, che lei leggeva con molto interesse e di cui gli parlava nelle lettere, inoltre le assegnava degli esercizi di scrittura, che lei eseguiva diligentemente. In sostanza, a Vito era venuta in testa l’idea di farle proseguire gli studi per poter diventare maestra. Era convinto che, se l’avesse incoraggiata, se le avesse garantito il sostegno economico, sarebbe diventata una bravissima insegnante. Era intelligente, sensibile, dolce, e soprattutto volenterosa. Per Ginetta il fatto che per la prima volta in vita sua qualcuno si prendeva cura di lei fu sconvolgente. Piano piano quel suo fatalismo, tipico dei siciliani, per cui non si può che essere immobili e rassegnati nelle mani di un destino avverso, fu intaccato, indebolito: Ginetta incominciò a credere in sé stessa, a volersi più bene, ad impegnarsi per rendere concreta la possibilità di riscatto sociale.
Quando Vito, dopo molti mesi, si stabilizzò economicamente, cominciò a mandarle dei denari per farle ridurre al minimo quel “lavoro” e per avere più tempo da dedicare allo studio. Le indicò un bravo professore che l’avrebbe preparata privatamente per conseguire il diploma magistrale.
Nel frattempo, Elsa si era fissata con Vito, gli faceva una corte serrata; abituata com’era ad ottenere sempre ciò che voleva, non si capacitava della sua resistenza. Una volta gli comunicò un incontro che doveva avvenire a casa sua con tutto il loro gruppo di intellettuali, e invece si fece trovare sola. Vito cedette alle sue avances, credendo, sperando di riprovare le stesse sensazioni che aveva provato con Ginetta, ma non fu così. E non fu così neanche in seguito con le altre donne che in quegli anni gli capitò di incontrare. Ogni volta voleva ritrovare Ginetta in quelle donne, senza mai riuscirci.

Elsa frequentava Scienze politiche, era fuori corso, del resto si occupava di tante altre cose, serie o meno serie che fossero, e non aveva la necessità di laurearsi presto, ricca com’era. Erano gli anni delle assemblee studentesche e operaie, dei collettivi, delle serate passate fra amici a discutere di marxismo, di amore libero, bevendo qualche birra e fumando, e facendo notte. Il suo aspetto esteriore non era un granché: pelle scura, occhi celesti, freddi come quelli di un gatto, bassina e magrolina, ma Elsa, con la sua vivacità intellettiva e quel suo modo di essere disinibita, riusciva generalmente a fare presa sui ragazzi. Aveva i capelli ricci e ribelli. Sua madre glieli aveva sempre fatti tenere corti da bambina “per essere ordinata” diceva. Crescendo, aveva deciso di farseli allungare, e così aveva una massa di capelli castani intricati, che non pettinava mai, ma che ravviava di tanto in tanto solo con le mani, così come era di moda nell’ambiente femminista. Qualche volta portava un foulard in testa e sciarpette multicolori avvolte e riavvolte al collo anche in estate, indossava abiti di tela indiana informi o gonne larghe e sandali di cuoio senza tacco. Odorava di patchouli e metteva il kajal sugli occhi. Voleva essere costantemente al centro dell’attenzione: nelle riunioni prendeva sempre la parola, citava quell’autore o quest’altro, usava molto l’ironia, che però si trasformava in sarcasmo e a volte in cinismo. Una volta si scagliava contro chi governava, o contro i padroni, un’altra contro il maschio di turno. Solitamente, infatti, ce l’aveva contro i maschi, che da sempre sfruttavano le donne in famiglia, nelle fabbriche e ovunque, mentre lei si sentiva emancipata, libera e non si sarebbe mai fatta sottomettere da nessuno. Ora, se da un lato le sue argomentazioni erano inattaccabili e interessanti, dall’altro la sua eccessiva aggressività non era gradita a Vito, che la stimava ma non la vedeva come sua possibile partner. Quella volta a casa sua, quando si lasciò andare con lei, dietro la sua pressante insistenza, non fu per niente una cosa dolce come era stata con Ginetta. La sera stessa, Vito, onesto com’era, le disse che non provava niente per lei: “Hai dovuto ricorrere all’inganno per avermi tutto per te. Questo è intollerabile. Non accadrà più”. Elsa, umiliata, tirò fuori le sue unghie da gatto: lo cacciò via, gli vietò di ritornare in quella casa anche per i soliti incontri culturali, e in un moto di rabbia gli strappò dal collo la piccola ciprea, dono di Ginetta. Vito non disse una parola, raccolse da terra la conchiglietta e se ne andò. “Che tu sia maledetto… poveraccio…  sei solo un poveraccio…!” Gli urlò dietro, giù per le scale. Elsa, quando si arrabbiava mandava le maledizioni e assumeva l’aspetto di una strega, negli occhi, nella bocca, nel tono della voce che diventava stridula. Quella volta per lei fu uno smacco terribile: mai nessuno l’aveva lasciata per primo. E poi… non si trattava di un capriccio, credeva davvero di essere innamorata di Vito. Comunque, dopo il primo momento di rabbia tornò alla carica: andava a cercarlo nella sua pensione, ma la signora Bianca le diceva sempre, qualche volta mentendo, che non c’era e che non sapeva dove fosse né quando sarebbe rientrato. Vito si era confidato con lei e le aveva detto che non intendeva incontrarla, e lei, la signora Bianca, era diventata sua complice: quella ragazza non piaceva neanche a lei. Una sera, Elsa rimase lì ad aspettarlo, disse alla signora Bianca che voleva scusarsi con Vito, che si era comportata male con lui, che voleva che rimanessero amici. La fece accomodare, mentre lei era intenta a sfaccendare. In un momento di distrazione della signora, Elsa entrò di nascosto nella camera di Vito e trovò sulla scrivania una lettera pronta per Ginetta. La lesse. Pur non essendo nominata mai la parola amore, quella lettera ne era intrisa, inoltre traboccava di rispetto e di attenzioni verso la destinataria, e rivelava una grandissima sensibilità dell’autore. Nessuno mai le aveva scritto una lettera come quella. Si rese conto di avere sbagliato tutto con Vito. A dispetto del suo essere concreto nella vita, rivelava un animo romantico e dolce. Si pentì del suo comportamento. Quando, dopo qualche minuto, la signora Bianca entrò nella camera di Vito, la trovò che piangeva. Elsa le chiese scusa per avere fatto quella scorrettezza entrando senza il suo permesso in quella camera, e la implorò di non riferirglielo. Se ne andò prima che lui ritornasse.

Naturalmente la signora Bianca riferì tutto a Vito della visita di Elsa, compreso di averla trovata in lacrime con la lettera in mano. Fra Vito e la signora si era stabilito un rapporto affettuoso e sincero: molte volte accadeva che parlassero, anzi, che si confidassero, tanta la fiducia che nutrivano reciprocamente. Per certi versi la signora Bianca aveva in sé quegli aspetti che sua madre con lui non aveva mai mostrato. Per esempio, la disponibilità all’ascolto, infatti non avrebbe mai potuto parlare con sua madre di ragazze. Lei l’aveva tirato su con un forte senso del dovere e sin da piccolo l’aveva caricato di una responsabilità eccessiva. Certamente per necessità, ma gli aveva sottratto quella spensieratezza che si può avere solo in quegli anni. In sostanza, Vito non era mai stato un bambino da coccolare, da proteggere, da curare; era dovuto diventare subito grande. Non si ricordava di una sola volta in cui sua madre avesse giocato con lui, o in cui avessero riso insieme, o in cui l’avesse abbracciato. Con la morte del marito e con i gravi problemi economici, sua madre era sempre stata cupa e preoccupata. Con la signora Bianca, invece, qualche volta giocavano a dama, chiacchieravano, si facevano delle belle risate. Con lei parlava di tutto senza remore, non c’erano tabù: le parlava anche di Ginetta, e la signora Bianca aveva preso a volerle bene. Del resto, Ginetta telefonava in pensione per avere notizie di Vito, e quando lui non c’era scambiavano qualche parola, e avevano un po’ familiarizzato. Sua madre, invece, non avrebbe capito questo rapporto, l’avrebbe dissuaso. A Vito erano mancati una educazione ai sentimenti, uno scambio, anche giocoso, di esperienze fra compagni, e ancora… le prime cotte, i primi corteggiamenti. Lui non sapeva niente dell’amore, salvo quell’esperienza con Ginetta, e quella con Elsa.
In facoltà aveva notato una ragazza biondina, Cristina, molto carina e brava, che lo guardava. Ogni tanto si ritrovavano a studiare insieme in biblioteca, si erano anche aiutati a vicenda in un esame scritto, ma Vito non era capace di nessuna galanteria. Non si sa se per scelta o per puro caso, ma si comportava sempre in modo che fossero le ragazze a stuzzicarlo e a prendere l’iniziativa.
Era già primavera inoltrata, avevano appena dato il primo esame orale, ed era andato a gonfie vele, contentissima, Cristina lo invitò a festeggiare. Vito era un bel ragazzone bruno, serio, che dava l’idea della solidità, piaceva a molte ragazze, ma lui non dava confidenza, tuttavia aveva un po’ legato con questa Cristina e con pochi altri colleghi. Dopo qualche incertezza si decise ad accettare, andarono a prendere un gelato e a passeggiare in un parco all’ombra di ippocastani con le foglie lussureggianti. Vito parlò di politica, ma Cristina non se ne occupava, e la conversazione cadde subito, poi parlò di letteratura, ma anche qui, niente da fare, lei leggeva poco, si dedicava solo ai libri di studio. Cristina avrebbe voluto parlare e sentire parlare di sentimenti, di emozioni, ma in quel campo era Vito ad avere difficoltà. Le sarebbe piaciuto ricevere dei complimenti, ma Vito era troppo timido e impacciato per queste cose. Insomma, Cristina ebbe l’impressione di non piacere a Vito e non lo invitò più.

Quell’estate Vito non si concesse vacanze e non ritornò nella sua città d’origine. A suo dire, non se lo poteva permettere, aveva molto lavoro alla Casa editrice e poi voleva preparare altri esami per settembre.
Ma erano altre le ragioni.
Lui, in realtà, continuava a pensare a Ginetta, le scriveva frequentemente, l’amava, ma non lo sapeva, aveva paura e preferiva rimanere in attesa di eventi non decisi da lui.
Ginetta, dal canto suo, era diventata molto più brava a scrivere, grazie ai consigli di Vito, e aveva acquisito una maggiore sicurezza in tutto. Le sembrava, ora, di avere più possibilità con Vito. Aveva superato i primi esami da privatista, un altro anno ancora, e sarebbe diventata maestra d’asilo.
Quando seppe che Vito non l’avrebbe raggiunta, rimase molto delusa e credette di non essere ricambiata.
Ginetta continuava ad andare a lezione privata dal professore che le aveva indicato Vito. Si trovava benissimo con lui, e faceva notevoli progressi. Vito era soddisfatto, era riuscito nell’intento di aiutarla ad elevarsi dal suo stato, le scriveva che era molto contento di lei, ma non riusciva ad aprirsi, a dirle che sentiva la sua mancanza, che avrebbe voluto vederla, che avvertiva un sentimento forte verso di lei. Aveva assunto solo il ruolo di chi voleva salvarla.
Vito, in fin dei conti, stava pagando lo scotto della sua strana infanzia e anche dell’adolescenza in Seminario, della privazione di affetto materno da bambino, della morte prematura del padre, dell’aver dovuto crescere in fretta per aiutare la famiglia. Non era stato educato al sentimento dell’amore. Era come legato, imprigionato nella morsa del dovere e del senso di responsabilità. Non riusciva a liberare i sentimenti e a dare corso alle emozioni. Si spaventava, probabilmente, dello sconvolgimento che avrebbe provocato l’amore su di lui, sui suoi progetti. Si controllava, si tratteneva, si frenava. Il suo istinto gli aveva suggerito di raggiungere Ginetta, anche solo per qualche giorno, ma aveva deciso di non partire.
Contemporaneamente, era accaduto che la bellezza genuina di Ginetta, la sua buona volontà nello studio, la bontà del suo animo, avevano fatto presa sul professore, che s’invaghì di lei, nonostante fosse a conoscenza del suo lavoro, e addirittura le chiese di sposarlo. Ginetta, nel suo cuore aveva Vito, ma si dovette rassegnare a considerarlo solo come un carissimo amico, che non l’avrebbe mai sposata e accettò. Le sembrò una buona opportunità per cambiare vita definitivamente.

Nei mesi successivi Ginetta si dedicò con entusiasmo ai preparativi del matrimonio. Desiderava tanto avere un bambino, questo il principale motivo che la indusse ad accettare la proposta di matrimonio. Certo… il professore era molto più grande di lei, ma questo, anzi, le sembrò un aspetto positivo, perché lei attribuiva all’età una maggiore saggezza, anche maggiore esperienza. Lei voleva sentirsi protetta, sicura economicamente, voleva diventare madre e aveva dato per scontate altre cose, quali l’affetto, la stima, il rispetto. Il professore nell’insieme era distinto, non era per niente sgradevole: alto, magro, sempre in giacca e cravatta. Solitamente indossava il cappello (anche per nascondere la calvizie), aveva un paio di baffetti neri e sottili e portava gli occhiali da miope. A Ginetta sembrava serio e affidabile: non le aveva dato del tu né si era preso delle confidenze durante tutto il periodo di lezioni private.
In verità, lei si era chiesta come mai non si fosse ancora sposato, ma non ne avevano mai parlato, non erano mai entrati in intimità nelle conversazioni. A volte le era sembrato che nascondesse qualcosa, ma non sapeva relativamente a quale aspetto della sua vita o della sua personalità. Aveva come l’impressione che fosse poco autentico, un po’ artefatto, non molto spontaneo insomma, ma pur sempre un uomo educato e gentile.
Arrivò il fatidico giorno e si sposarono. La cerimonia fu per pochissimi intimi. Lei era splendida, indossava un abito rosa chiaro in organza, vaporoso ma semplice, e sfoggiava la sua bellezza genuina, quasi senza trucco. Non ne aveva bisogno con quegli occhi verdi bellissimi e quei morbidi capelli neri. Vito non se la sentì di partecipare. Anzi, ci rimase molto male quando ricevette l’invito, ma pensò che forse per Ginetta era la cosa migliore. Provò un sentimento nuovo che gli provocava malessere, e fu indotto a riflettere su questa sua reazione e sulle sue ultime scelte.
Nei primi tempi Ginetta era contenta, il neomarito sembrava premuroso, attento, molto presente e focoso (per la verità anche troppo). A lei parve, quest’ultima cosa, dovuta al fatto che la desiderasse e l’amasse tanto. Tuttavia, a dispetto del lavoro che aveva fatto, Ginetta era una donna essenzialmente romantica e delicata, non gradiva la mancanza di tenerezza. Ben presto si rese conto che il marito era aggressivo, ed era molto presente perché geloso. In sostanza voleva controllarla, voleva sapere dove andava e con chi. Incominciò anche a darle indicazioni sul modo di vestire, le vietò di portare scarpe con il tacco alto e abiti attillati. Le disse, inoltre, che non c’era alcun bisogno che lei continuasse a studiare. Ginetta incominciò a sentirsi inquieta e infelice, percepì di avere perduto la sua libertà di scelta. Era decisa, tuttavia, ad ultimare il percorso di studi intrapreso, e un giorno affrontò il marito, anche se le incuteva soggezione. “Voglio diventare maestra d’asilo e lavorare con i bambini. È ciò per cui ho lavorato duramente e non me lo puoi impedire” gli disse. “Maestra d’asilo…? Tu…? Maestra d’asilo…? Hai dimenticato da dove vieni?” le rispose. Ginetta si offese moltissimo, non si aspettava questo comportamento dal suo insegnante, che l’aveva sempre incoraggiata, ma che ora si era trasformato in un marito possessivo. Si rese conto di non appartenere più a sé stessa, ma di essere diventata proprietà di quell’uomo, un oggetto di quell’uomo, che consigliandole una volta una cosa, vietandogliene un’altra, la stava manipolando, la stava trasformando in una donna sottomessa. Il marito aveva assunto nei suoi confronti un atteggiamento non solo di superiorità ma anche di chi si aspetta della riconoscenza per un sacrificio compiuto, di chi abbia maturato in questo modo dei diritti sulla vita di un altro.
Lei non si ritrovava più.
Ultimamente aveva ripreso la corrispondenza con Vito. Lui la comprendeva e la rassicurava.
Un giorno il marito rientrò all’improvviso e la trovò che scriveva a Vito. Lesse la lettera, la strappò e le diede uno schiaffo accompagnato da un insulto volgare. Fu decisamente violento, materialmente e spiritualmente. Ginetta entrò in una crisi profonda, acuita dal fatto che in quei primi mesi si aspettava una gravidanza, che però non arrivava. Preoccupata era andata, di nascosto, da un medico, che le prescrisse degli esami. Risultò che lei non aveva nessun problema di fertilità. Si risolse allora a parlarne con il marito. “Vuoi forse dire che la colpa è mia? Tua… senz’altro la colpa è tua… conseguenza della vita che hai fatto…” le rispose accusandola.
Ginetta, sempre più avvilita e frustrata, si pentì amaramente di essersi sposata con quell’uomo.
Un giorno, disperata, si mise a rovistare fra le carte del marito per scoprire di più su di lui. Non sapeva neanche lei cosa cercare. Ben nascosto in una busta, trovò un referto medico risalente a molti anni prima, quando il marito aveva cominciato a fare l’insegnante in una città del Nord, a Bergamo. Il referto diceva che era guarito dalla malattia…, ma che erano state compromesse definitivamente le capacità riproduttive.
Ginetta fu presa da un moto di rabbia e di disgusto per quell’individuo che l’aveva ingannata, umiliata, usata. Si ritrovò a parlare da sola, a voce alta: “Ah…questo delinquente… come ha fatto a tacere su una cosa tanto importante? Avrebbe dovuto dirmelo che non poteva avere figli. È un misero vigliacco. E ora…che faccio io ora?”

Era passato un anno e mezzo circa dall’estate in cui Vito diede quella grande delusione a Ginetta, decidendo di non partire per la Sicilia, e quindi di non rivederla. Quella volta Ginetta si convinse che Vito non l’amasse e che fosse inutile continuare ad aspettarlo. Fu allora che decise di sposare il professore. Vito nel frattempo, a Milano, era andato avanti con l’Università. Gli rimanevano pochi esami, quelli relativi all’ultimo anno, e poi si sarebbe laureato. Oltre a studiare continuava a fare il correttore di bozze e, quando aveva tempo, anche l’attivista politico.
Certamente l’annuncio del matrimonio di Ginetta, un anno prima, lo aveva messo in crisi. Ci rimase così male che ebbe bisogno di parlarne con la signora Bianca. Le confidò i suoi pensieri, i suoi tormenti. In realtà non aveva mai messo in conto che Ginetta potesse sposarsi, e non era neanche consapevole della sua ambiguità nei confronti della ragazza, dello stato d’incertezza in cui la teneva. Da un lato, infatti, attraverso le lettere che Vito le scriveva, Ginetta si sentiva rassicurata, confortata, incoraggiata a completare gli studi, dall’altra le mancava, o meglio, non emergeva quel sentimento che pure percepiva tra le righe, ma che non arrivava a trasformarsi in qualcosa di chiaro e manifesto, di forte e di concreto da parte di Vito verso di lei. Rimaneva tutto come una nebulosa, capace cioè di originare “stelle” o di permanere in quello stato per un tempo indefinito.
La signora Bianca, attraverso domande incalzanti, rivolte con sincerità e affetto vero, mise Vito di fronte alle sue responsabilità. “Perché ti senti così triste e inquieto se dici di non amarla? Ah… pensi di amarla? Allora perché non senti il bisogno di rivederla, di raggiungerla subito? Perché lei dovrebbe rinunciare a sposare il suo professore? Tu le hai mai detto che la ami, che vorresti vivere con lei? Le hai promesso qualcosa?” chiedeva la signora Bianca.
“No, non gliel’ho mai detto né ho fatto promesse. Avrebbe dovuto capirlo da sola. E poi, se lei mi amasse, come mi ha detto tante volte, non si sposerebbe con un altro. Io, al momento, cosa ho da offrirle? È giusto che io condizioni le sue decisioni? E se questa fosse davvero l’occasione della sua vita?” rispondeva Vito, ponendo a sua volta altri interrogativi. Evidentemente Vito non era pronto per prendere decisioni importanti. Voleva laurearsi e fare l’insegnante. Aveva bisogno di tempo, non voleva essere messo alle strette. Del resto, però, Ginetta voleva cambiare vita, subito.
Insomma, ognuno dei due giovani credeva di non essere amato o di non amare abbastanza l’altro.
Così, mentre Ginetta si preparava al matrimonio, rassegnata a non avere Vito, lui, essendosi tormentato la mente e il cuore sufficientemente, decideva che fosse ora di cambiare, che da quel momento avrebbe colto le opportunità che gli offriva la vita di flirtare con delle ragazze, con leggerezza e spensieratezza, come mai aveva fatto prima.
Ogni tanto Vito e Ginetta si scrivevano. Un filo continuava a legarli, ma entrambi apparivano volutamente distaccati l’uno nei confronti dell’altro. Ognuno di loro due si era sentito in qualche modo tradito dall’altro.
Vito, tuttavia, non riusciva mai ad innamorarsi della ragazza di turno, e ben presto finiva tutto. Quell’imprinting con Ginetta l’aveva profondamente segnato. Ogni volta sperava si verificasse quella stessa magia, ma non accadeva.
Quando Ginetta incominciò ad avere i primi problemi con il marito, un po’ di tempo dopo il matrimonio, riprese a scrivere a Vito con regolarità. E si rivolse ancora a lui quando scoprì il segreto sulla sterilità del marito. Era disperata e non sapeva che fare. Affrontare il marito subito o fare finta di niente per il momento? Mostrare di nascosto quel referto medico ad un avvocato? Lasciare il marito e la casa, addossandosi la colpa di abbandono del tetto coniugale? Ma per andare dove?
Di nuovo era sceso il buio nella sua vita, di nuovo povera, sola e umiliata.
Vito, avvertendo tutta la disperazione e l’infelicità di Ginetta, e contemporaneamente il suo bisogno di aiutarla, di confortarla, sentì che quella giovane donna era rientrata prepotentemente nella sua vita.

Vito rimase turbato da quelle notizie e subito si mise a riflettere sulle possibili soluzioni. Intanto consigliò a Ginetta di portare quel prezioso documento da un avvocato per mettersi al sicuro, e proteggersi da eventuali denunce del marito, poi le chiese di raggiungerlo a Milano. Avrebbe individuato lei qualche scusa per il marito per giustificare quella partenza improvvisa. Vito nel frattempo avrebbe acquisito informazioni per l’iter da seguire per l’annullamento del matrimonio con la Sacra Rota. Durante gli anni in Seminario aveva studiato Diritto canonico e si ricordava che in caso di sterilità di uno dei due coniugi, accertato prima del matrimonio e non comunicato all’altro coniuge, si poteva avviare la procedura di annullamento. Tuttavia, bisognava informarsi bene. In ogni caso, si sarebbe trattato di aspettare tanto tempo e di spendere tanti soldi.

Cosa fare nel frattempo? Non si sentiva di lasciare quella ragazza senza sostegno. Vito decise di raccontare tutto alla signora Bianca, che si offrì di ospitare la giovane donna nella sua Pensione.

L’avvocato fece una copia del referto, le consigliò di non dire nulla al marito per il momento, le disse di prendere quanto più denaro possibile e di partire.

Ginetta, prima di partire, finse di essere affettuosa con il marito, e molto dispiaciuta per la partenza ma, gli spiegò, era necessario raggiungere l’unica zia che le era rimasta, molto malata e bisognosa di cure, della quale era la sola erede. Temeva che potesse aggredirla o impedirle di partire.

Così, Ginetta, in meno di una settimana fu pronta e partì con il treno per Milano. Lei non aveva mai viaggiato. Il suo animo era frastornato, colmo di emozioni diverse fra loro e contrastanti: paura per una cosa nuova da affrontare, felicità perché avrebbe rivisto Vito, preoccupazione per un destino incerto e allo stesso tempo curiosità per la piega che avrebbe potuto prendere la sua vita e, ancora, speranza e altro. Non sentiva dolore per aver lasciato quel marito che l’aveva profondamente delusa e offesa.

Il viaggio fu lungo e faticoso. Quando Ginetta si fu accertata che l’arrivo sarebbe avvenuto da lì a poco, si recò nello stretto bagno del treno per rinfrescarsi e cambiarsi di abito. Era molto emozionata al pensiero di rivedere Vito dopo tutto quel tempo. Appena scesa dal treno, fu colpita da quella stazione enorme, notò subito una grande confusione, si sentì smarrita, si guardò intorno, c’era freddo e lei indossava abiti primaverili. Dopo qualche minuto, che per lei fu un’eternità, finalmente individuò Vito e gli andò incontro. Non si dissero una parola, si abbracciarono e rimasero stretti a lungo. Le loro due anime si riconobbero subito e fu come se si fossero visti il giorno prima, senza imbarazzo, senza che nessuno dei due provasse quella sensazione di estraneità legittima dopo poco più di due anni di lontananza. Non fecero caso ai cambiamenti fisici a cui erano andati incontro in tutto quel tempo. Contò solo la loro essenza e la felicità di entrambi nell’essersi ritrovati.

Mentre dalla stazione, con un tram, si dirigevano verso la Pensione della signora Bianca, si misero a chiacchierare. Ginetta, guardando dal finestrino, non finiva di stupirsi per quei grandi viali, per gli enormi edifici, per tutta quelle persone dall’andatura frettolosa per le strade. Notò che nei parchi cittadini già stava crescendo una folta erbetta e poi, all’improvviso, scorse un arcobaleno bellissimo, spuntato fra una pioggerella e un occhiolino del sole fra le nuvole. Le sembrò di buon auspicio e si rallegrò.

La signora Bianca accolse Ginetta con affetto, le mostrò la sua camera, la mise subito a suo agio, le offrì una fetta di crostata fatta da lei, e si mise a disposizione per qualunque cosa le bisognasse.

Ginetta, quando Vito si tolse il giaccone, si accorse della piccola ciprea che spuntava dalla camicia, quella che gli aveva regalato l’unica volta che si erano visti. “Se l’ha tenuta al collo per tutto questo tempo, significa che mi vuole molto bene, anche se mi sono sposata con un altro” pensò. Del resto, anche l’amore che lei provava per Vito non si era sfilacciato, era vivo e intenso. Si rincuorò. D’altra parte, Vito, rivedendola, avvertì dentro il suo animo un turbinio di emozioni mai provato prima. Finalmente nella sua mente si stava facendo un po’ di luce. I suoi veri sentimenti, soffocati per tanto tempo, stavano emergendo. Ora sapeva con chiarezza che poteva, anzi doveva, progettare il futuro insieme a Ginetta.

La ragazza, nella Pensione, si diede subito da fare, aiutava la signora Bianca nelle faccende domestiche, sapeva rammendare, cucinare, stirare. Si fece subito volere bene. Intanto Vito prese contatti con un suo ex insegnante del Seminario, preparato e disponibile, al quale spiegò la situazione di Ginetta. Il professore lo rassicurò, gli disse come doveva procedere e a chi doveva rivolgersi. L’annullamento sarebbe stato accolto sicuramente dalla Sacra Rota, ma dovevano avere pazienza, perché, per quanto si accelerasse la pratica, qualche anno sarebbe trascorso.

Vito, armato di buona lena e animato da grande entusiasmo, riprese le sue attività sia all’Università per completare gli esami e laurearsi al più presto sia alla Casa editrice. Sospese tutti gli altri impegni per dedicarsi a quella giovane donna.

A poco a poco Ginetta si ambientò in quella grande città. Ora sapeva dove fare la spesa per comprare cose di buona qualità e spendere poco. Con la sua buona volontà, con il suo carattere mite, con la sua innata gaiezza conquistò presto la fiducia e la stima della signora Bianca, che, ormai anziana e sola al mondo, fu ben felice di avere questo sostegno nella gestione della Pensione.

Nel frattempo, l’avvocato di Ginetta comunicò al marito che si era avviata la pratica di annullamento. Quando il marito finse di cadere dalle nuvole, scaricando le colpe su Ginetta, l’avvocato gli mostrò il referto medico, dove si dichiarava la sua impossibilità di potere procreare, e a lui non rimase altro che tacere.

 (Vito)

Arrivò l’estate, finalmente Vito ebbe più tempo libero: uscivano per fare lunghe passeggiate, per incontrare gli amici con i quali Ginetta aveva familiarizzato. Conobbe anche Elsa, ma la trovò un po’ ostile verso di lei, e le venne difficile diventare sua amica. Elsa, in effetti, cercava di metterla in difficoltà parlando “difficile”, sapeva che Ginetta non aveva grande istruzione, e voleva evidenziare la differenza davanti a Vito. Il risultato era opposto a quello desiderato: Elsa diventava meschina ai suoi occhi. L’amore non aveva bisogno di cultura, di denaro. Lui non lo sapeva spiegare questo sentimento, non capiva come nascesse e di cosa necessitasse. Era qualcosa di leggero, non razionale, naturale, ma molto potente, capace di penetrare nei meandri della mente, e di permeare, attraverso la gioia di vivere, tutti i campi dell’esistenza umana. Da quando c’era Ginetta, faceva tutto con gioia e positività, le difficoltà gli apparivano sempre sormontabili, era più pronto allo scherzo e al gioco e parlava molto di più con tutti. Vito, con la sua estrema razionalità, si arrese, non seppe mai spiegarsi il mistero di questo sentimento. “È una forza vitale e basta” pensava. Ginetta, per essere bella, era bella, ma non poteva bastare solo questa spiegazione. “Certo, è anche dolce, è intelligente, è forte, ha superato situazioni difficili. Ma la sommatoria non corrisponde all’amore” rifletteva fra sé e sé. Non cercò più altre spiegazioni. Egli l’amava, ora ne era sicuro.

Anche la signora Bianca, da quando era arrivata Ginetta, si sentiva più vitale e si decise a ospitare qualche persona in più nella Pensione. Negli ultimi tempi aveva rifiutato diversi clienti: avvertiva la stanchezza di una vita di lavoro, e diceva di voler chiudere con quella attività e di volere andare in una casa di riposo. Ginetta, con la sua energia, le diede nuova linfa.

Erano trascorsi quasi due anni, intensi ma sereni: Vito si era laureato e già insegnava in un liceo scientifico, mentre Ginetta, oltre a collaborare nella gestione della Pensione, aveva frequentato una scuola serale, riuscendo ad ottenere il diploma della scuola magistrale, per potere insegnare negli asili, che era la sua vera aspirazione.

Vito era un insegnante strepitoso, spiegava la matematica con rigore e chiarezza estrema e i suoi alunni lo adoravano. Era un po’ atipico, perché dopo avere spiegato funzioni, logaritmi o altro, faceva “rilassare” i ragazzi leggendo loro delle poesie. Le prime volte destando stupore, in seguito come una bella consuetudine. Si sedeva in cattedra e leggeva Non era il classico insegnante amico degli alunni, che parlava dei loro problemi, pensando di offrire consigli o ricette pronte. Lui, piuttosto, tendeva a strutturare la loro mente, fornendo degli strumenti concreti perché potessero individuare le proprie inclinazioni e diventare padroni delle loro scelte. Voleva che scoprissero la bellezza del sapere e che ne potessero trarre conforto. In quel periodo andavano di moda certi nuovi insegnanti, che erano contro il nozionismo, che consentivano di fumare in classe agli alunni, che si facevano dare del tu da loro, che dedicavano diverse ore per le assemblee di classe (che, secondo lui servivano a poco). Vito, essendo una persona razionale e concreta, non credeva molto in certe discussioni, egli voleva trasmettere un modello di persona ricca interiormente e culturalmente. Altroché sei politico e cose simili! Bisognava lavorare sodo e studiare. Lui aveva sempre lavorato sodo.

Ginetta era affascinata da questo modo di essere di Vito, si sentiva stimolata a migliorare, a leggere, a studiare. Vito la invogliò a frequentare un corso dove s’imparava il Metodo Montessori, e dove lei si appassionò alla pedagogia.

Vito e Ginetta stavano benissimo insieme, erano due anime complementari. Vito non finiva di scoprire nuove virtù in Ginetta: sapeva fare pure l’infermiera. Una volta, che la signora Bianca era stata ammalata, le aveva fatto le iniezioni e le aveva anche curato magnificamente delle piccole piaghe.

Un giorno d’autunno, la signora Bianca, che ormai non usciva più da sola, chiese a Ginetta di accompagnarla al parco, desiderava vedere i mille colori delle foglie pronte per lasciare gli alberi. Lei ogni anno si meravigliava di questo fenomeno e pensava: “Ma come può essere che la natura, poco prima della morte delle foglie, le ricopra di così tanti colori?” Raccoglieva allora alcune foglie di platano, di acero o di ippocastano, ed elencava tutti i colori che riusciva ad individuare: rosso intenso, marrone, rosso cupo, giallo senape, giallo chiaro, beige, grigio, verde chiaro, verde scuro… tutto in una sola foglia!

Quel giorno la signora Bianca scivolò, nessuno capì perché accadde, forse perse l’equilibrio per una frattura spontanea dell’osso della gamba, 0rmai infragilito, o inciampò per una piccola buca sulla strada. Fatto sta che finì a terra con il femore rotto. Corsa all’ospedale, ricovero, intervento. Con Ginetta sempre accanto. Non si riprese, purtroppo dopo qualche giorno morì. In quelle ultime ore chiese a Vito di condurre da lei il notaio, perché voleva cambiare il testamento. Sentiva di avere ormai poco tempo a disposizione e si voleva affrettare. Decise di lasciare in eredità la Pensione a Vito e a Ginetta e il denaro ad un orfanotrofio, dove lei andava di tanto in tanto per godere delle voci allegre e festanti dei bambini quando la vedevano arrivare con le mani piene di doni.

Dopo la morte della signora Bianca, Vito e Ginetta si sentirono come orfani, provarono un profondo senso di perdita. Però erano giovani, pieni di risorse e di gioia di vivere. Non si persero d’animo e decisero di continuare a gestire la Pensione. Gli affari andavano bene, i clienti non mancavano.

Arrivò il tanto desiderato annullamento e Vito e Ginetta, finalmente, si poterono sposare. Ebbero presto un bambino e ne furono felici. Dopo qualche anno, decisero di ristrutturare la Pensione per trasformarla in un asilo privato, dove si mettevano in pratica metodiche innovative. Così, Ginetta poté realizzare il suo sogno di stare in mezzo ai bambini. E Vito? Vito fu felice di avere contribuito al riscatto di quella meravigliosa creatura, e di aver creduto in lei.

Il loro asilo fu uno dei primi all’avanguardia ed ebbe molto successo. Ospitavano anche bambini poveri, gratuitamente. Vito lasciò perdere il lavoro di correttore di bozze, e appena poteva collaborava con Ginetta e con altre due maestre, che avevano dovuto assumere per il gran numero di bambini presenti, divertendosi a leggere fiabe e ad allestire piccole rappresentazioni teatrali.

L’amore aveva vinto su tutto.

 Paola Stella

 

( Sig.ra Bianca)

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