Postato in data 16 novembre 2019 Da In Fatti

VENEZIA E L’ACQUA ALTA: “LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO”

Nel 1966 la chiamarono Acqua granda. Vista dall’alto, Venezia non sarebbe sembrata poi così diversa dalla sua laguna, rendendo forse difficile stabilire dove fosse l’ultimo molo della Serenissima affacciato sull’acqua. Uno scenario del tutto simile a quello visto in questi giorni: uno spettacolo terrificante, monumenti specchiati in un inaspettato mare interno e una città in ginocchio, costretta a farsi forza per contenere l’avanzata delle acque sostenute dai venti, aspettando che il livello scendesse per capire quali e quanti fossero i danni. Venezia resta in emergenza, le conseguenze subite dalle recenti ondate di marea sono ancora in fase di determinazione, ma è certo che l’invasione della laguna non abbia lasciato indifferente la città, né i suoi monumenti né, forse, la sua tenuta idrogeologica. Sulle possibili conseguenze subite dalla Serenissima,In Terris ha provato a tracciare una panoramica, spaziando fra l’aspetto naturale e quello artistico con l’aiuto del geologo Vincenzo Giovine, vicepresidente del Consiglio nazionale dei geologi, e dello storico dell’arte Tomaso Montanari.

L’aspetto geologico
Dott. Giovine, l’acqua alta ha toccato un nuovo picco massimo e sembra che il livello delle acque sia ora in fase di regressione. Una tale condizione di allagamento, in una città già di per sé inquadrata in una storica convivenza con l’acqua, potrebbe aver portato qualche conseguenza anche da un punto di vista geologico?
“Si tratta di un problema di allagamento della città che, da un punto di vista geologico, presenta un discorso legato alla subsidenza, ai problemi di abbassamento e quindi anche di cedimento della parte antistante Venezia. L’acqua alta è un fenomeno storico che, in questo caso, subisce probabilmente l’amplificazione dei suoi effetti a seguito del cambiamento climatico.

Ci sono poi le problematiche legate al Mose, che andrebbero forse affrontate perlopiù sulla parte costruttiva, visto che sembra esserci un problema legato più che altro a questo aspetto. Da un punto di vista geologico, eventuali particolari implicazioni potrebbero essere connesse proprio al fenomeno della subsidenza ma per stabilirlo ci vorrebbero dei dati precisi. Le problematiche di Venezia sono purtroppo ormai note, mentre per quello che riguarda il mancato funzionamento del Mose, sembra si tratti di criticità legate al deterioramento dei pannelli che, però, non è chiaro se comportino conseguenze sul piano geologico. Alcuni sostengono che, prima delle ipotesi Mose, fosse praticato l’asporto del fondale che si andava depositando naturalmente a livello della laguna. Da un punto di vista geologico, però, le conseguenze restano meno identificabili rispetto a quelle che l’allagamento potrebbe avere sul piano architettonico”.

È stato più volte avanzato il paragone con l’alluvione di Firenze, contemporanea peraltro all’Acqua granda, nel 1966. Da un punto di vista geologico si tratta di fenomeni radicalmente diversi o, almeno sul piano delle conseguenze, si ha un punto di incontro?
“In casi come l’alluvione fiorentina, l’apporto geologico è decisamente più evidente, in quanto è legato all’apporto solido dei corsi d’acqua che, a seguito di intense piogge, tendono a caricarsi d’acqua, straripare e invadere pianure e città. Basta vedere la Liguria o il Piemonte. Questo è più un problema idraulico e geologico, anche se l’aspetto prettamente idrogeologico è quello delle frane e dei versanti che tendono a caricarsi d’acqua e scivolare. Un punto da sottolineare è la modifica dei corsi d’acqua, soprattutto nelle città: quando questo avviene, l’impossibilità di muoversi normalmente fa sì che questi si gonfino nel momento in cui si verificano fenomeni di intense piogge, cosa che accade sempre più spesso: tali eventi governano immediatamente il flusso dei fiumi, portandoli troppo velocemente verso la foce, senza dar loro la naturale possibilità di sviluppo ed espansione. In condizioni di forte urbanizzazione i corsi sono totalmente incanalati e, una volta carichi, tendono a fuoriuscire. Genova è forse l’esempio più eclatante”.

Conseguenze di un’interazione non sempre funzionante fra uomo e territorio…
“L’altra condizione è dettata proprio dalla manutenzione del territorio, che viene troppo spesso dimenticato. Venezia è un caso eclatante con la sua acqua alta che, penetrando, tende a creare molti danni, soprattutto in una città con un immenso patrimonio artistico. Ma è la condizione generale del territorio italiano a essere fortemente problematica, specie per la tendenza a procrastinare l’inizio degli interventi di sistemazione. Di casi ce ne sono molti, fra i quali il Seveso a Milano, con tutta la polemica sulle vasche a monte, un’annosa problematica di gestione. L’aspetto idrogeologico-idraulico dei fiumi è abbastanza noto: il problema è che è stato via via tolto spazio di espansione ai corsi d’acqua e questi, in qualche maniera, lo trovano autonomamente”.

Tali eventi considerati eccezionali sembrano avvenire sempre più di frequente: è possibile inquadrare il tutto nel quadro del cambiamento climatico in atto?
“L’acqua alta è da sempre un problema ma quello a cui probabilmente stiamo assistendo è la tendenza di questi fenomeni, considerati finora eccezionali o estremi, a essere ravvicinati fra loro. In sostanza, il ritorno di certi eventi, che pure si sono sempre verificati nel corso della storia, richiede sempre meno tempo affinché si verifichi di nuovo. Inevitabilmente, credo che tale intensificazione sia connessa con un cambiamento climatico ormai abbastanza consolidato, al netto di chi non lo ritiene così evidente. Assume rilevanza quindi il connubio fra l’aspetto climatico e la condizione umana di modifica del territorio. Nel caso di Venezia si tratta di un problema storico, però il territorio ha dimostrato di subire sempre più spesso fenomeni di questo tipo, quasi fosse una caccia al record, il che porta inevitabili ripercussioni, in termini di vittime nei casi peggiori ma anche sotto l’aspetto economico dell’area che li subisce, generando ovviamente un indotto negativo. Stiamo assistendo a una correlazione di più eventi e quello che viene categorizzato come eccezionale porta a credere che non torni più: invece il nodo è da ricercare proprio nel suo ritorno sempre più frequente”.

Venezia, cinquant’anni dopo Firenze
Per una strana fatalità, un novembre di 53 anni fa l’acqua fu protagonista di una storica furia devastatrice nel cuore della Toscana. Con l’esondazione del fiume Arno, la città del Rinascimento, Firenze, fu invasa da una presenza informe di melma ed acqua. Le chiese – simbolo del Rinascimento, la Galleria degli Uffizi non vennero risparmiati dalla natura vorace. All’epoca, la differenza fra l’asciutto e il bagnato la si vide nelle tele dipinte, nelle tavole irrimediabilmente sottratte all’eternità, come il Crocifisso di Cimabue sepolto nella devastazione fangosa della Basilica di Santa Croce ed irrimediabilmente perduto all’80%. Ma la differenza la fecero anche i tanti giovani, gli angeli del fango che si adoperarono al salvataggio delle opere come se fossero parte di quella Storia italiana che solo vent’anni prima rischiava di essere fatta a pezzi dalla guerra. All’odore di acre i Veneziani ci sono abituati. Meno a vedere la loro città morire lentamente.

La lotta dei cittadini è un’epopea continua: “Noi accogliamo volentieri le autorità e i ministri quando vengono a inaugurare le mostre, le rassegne della Biennale, e tante altre belle feste veneziane, ma li vorremmo anche presenti su un tavolo, a discutere su cose che riguardano la nostra sicurezza” ha detto il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, che ad Avvenire ha raccontato”la devastazione” di Piazza San Marco nella sera di martedì. I cittadini, quelli che si ostinano a rimanere nella Serenissima, conducono battaglie giorno dopo giorno: dalla raccolta firme per impedire alle grandi navi fuori scala di lambire i canali, fino al turismo massivo, quello “usa e getta”, che fa della città amata da Shakespeare una sorta di Disneyland dell’arte. Le considerazioni sul business che gravita intorno alla città – il Sole 24ORE lo ammonta a circa 280 milioni di euro- celano la fragilità endemica della laguna. Una fragilità che diventa ambivalenza a livello politico-istituzionale.

Non sono mancati sindaci pro e contro a Venezia, e battaglie monche. Nel 2012, i ministri Passera e Clini hanno emanato un decreto che vieta alla nave deputate al trasporto merci e passeggeri e con una stazza lorda superiore a 40.000 tonnellate il transito nei canali di San Marco e della Giudecca, ma la disposizione prevedeva l’applicazione del decreto qualora sarebbero state disponibili vie di navigazione alternative. Il decreto Passera-Clini è sintomatico di un quadro arenatosi negli anni.

Montanari: “Venezia sta pagando un turismo di puro consumo”
Tomaso Montanari è storico dell’arte e membro del Comitato scientifico delle Gallerie degli Uffizi, lo scrigno prezioso della città che fu segnato dalla disastrosa alluvione del ’66. Dopo 53 anni, lo storico dell’arte denuncia l’affaire Venezia come un caso paradigmatico in cui il bene culturale e artistico rischiano di essere “svenduti” per un turismo “di massa” ed entertainment che non accrescono il valore culturale dei visitatori. Al tema, non solo circoscritto a Venezia, Montanari ha dedicato il libro Contro le mostre (Einaudi).

Professor Montanari, sono 20 i milioni stanziati dal Governo per far fronte all’emergenza di Venezia. Cosa ne pensa?
“Sono una ridicola elemosina per i danni che ha subito la città. Ma il problema non è la quantità di danni alle singole opere d’arte ora, bensì il rischio che corre l’intera città, che è il vero capolavoro. Per esempio, la Basilica di San Marco, usurata e colpita nei suoi marmi e mosaici dalla cristallizzazione del sale dell’acqua che entra, e minacciata da una forza di marea che è inedita nella storia di Venezia, presenta il rischio che prima o poi crolli, che vengano cioè giù le colonne che la reggono. Si tratta di un rischio reale”.

Quindi come si fa fronte al problema?
“Il punto non è investire ora sull’emergenza, ma continuamentenella manutenzione della Laguna, cioè nella difesa di quel fragilissimo ecosistema che viene sconvolto dalle acque del mare come mai prima d’ora. Il mare si è alzato in tutto il mondo a causa della nostra crescita infinita, ma nel frattempo la laguna è stata violentata in tanti modi. Dall’industria, dalle grandi navi, dalle privatizzazioni. Dalla mancanza, cioè, di mantenimento di quell’equilibrio che era il vero capolavoro della Repubblica Serenissima di Venezia. Una laguna come Venezia non è una cosa naturale, ma è destinata o ad asciugarsi o a diventare mare: per questo, necessita di un processo antropico, cioè va mantenuta dagli uomini. Solo che a un certo punto abbiamo smesso di averne cura e abbiamo cominciato a massacrarla e non mi pare che questo si comprenda”.

In che senso?
“Il Mose, semmai dovesse funzionare, non assolverà al suo compito perché è stato pensato per altezze del mare diverse da quelle di oggi. In ogni caso, se i fondi investiti in quest’opera fossero stati utilizzati nella manutenzione della Laguna, non solo avremmo avuto una difesa dalle maree, ma anche una Laguna sana. Ora, al contrario, abbiamo un corpo moribondo con una valvola che non sappiamo se funzionerà”.

Venezia mostra una tendenza a voler curare piuttosto che prevenire. È d’accordo?
“Certamente. A noi interessano le grandi mostre, le occasioni mondane, i grandi eventi. Il ministro Dario Franceschini, appena insidiatosi, ha promesso che, entro il 2022, le grandi navi non sarebbero passate da Piazza San Marco. Si tratta di una promessa ipocrita, furbesca, perché il punto non è che non arrivino davanti a Piazza San Marco, ma che non entrino in Laguna. Nel primo caso, si tratta di un problema estetico, nel secondo di salvaguardia del contesto, perché una nave da crociera smuove una tale mole d’acqua da fare danni permanenti che poi si pagano con le acque alte”.

Lei dice che questo non si è capito?
“Assolutamente no. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe dovuto dire ‘stop alle grandi navi da subito'”.

Lei è toscano, ha impresso il ricordo dell’alluvione di Firenze del ’66. Si può riflettere su come si agì allora per capire oggi l’emergenza a Venezia?
“Nel mio precedente intervento a In Terris ho parlato dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci. L’opera è stata prestata al Louvre con la motivazione che, esposta a Parigi, avrebbe attirato più turisti a Venezia. Il punto è che Venezia avrebbe bisogno di meno turisti, perché sta morendo di turismo. Oggi la città non è più una città: ci sono 50.000 abitanti che resistono strenuamente e vivono in condizioni drammatiche. Venezia è violentata da questo turismo ogni giorno. Le foto della gente che fa il bagno in Piazza San Marco diventata un ‘piscina’ è il segno di un turismo che non è una riconoscenza d’amore, ma di puro consumo. Gli stessi turisti che fanno questo non sanno nulla del luogo in cui sono”.

E l’amministrazione di Venezia cosa fa?
“La mia riconoscenza va ai Veneziani resistono eroicamente. Tra l’altro, ricordo che fra poco si celebrerà un referendum in cui la cittadinanza di esprimerà se separarsi o meno dal comune di Mestre. È chiaro che gli abitanti di Mestre hannom rispetto ai Veneziani, altri desideri e Venezia, d’altronde, dovrebbe prendere delle decisioi per sé. Il problema della città è che ha sofferto di amministrazioni pessime. Cacciari, per esempio, ai tempi in cui fu sindaco ha ceduto alla città-evento, alla vetrina; l’unica cosa buona che ha fatto è stato opporsi al Mose, ma è stato sconfitto. Pensi che Brugnano, agli inizi del suo mandato, voleva vendere i Musei Civici per far cassa. Il livello è questo, ahimè”.

Damiano Mattana e Marco Grieco (Interris)

Etichette: , ,

Relativo a