Postato in data 3 luglio 2022 Da In Scuola

RIPENSARE LA SCUOLA NELLA SOCIETA’ DI OGGI

Premessa E’ senz’altro necessario ripensare la scuola in questo momento storico. Occorre però ripensarla alla luce delle caratteristiche specifiche della società attuale. Questo perché la scuola riceve comunque il suo mandato dalla società, che chiede alla scuola, come a una delle istituzioni di cui la società è dotata, di farsi carico di una parte di responsabilità. La scuola porta questa responsabilità insieme all’altra grande istituzione: la famiglia, che in questo momento risulta sempre più multiforme. Si parla infatti, ormai, di famiglie “al plurale”: famiglie ricomposte, famiglie monogenitoriali, famiglie allargate, monosessuali ecc. I servizi del territorio e del terzo settore si sono aggiunti, in questi decenni, nell’impresa enorme della presa in carico dei bambini e dei giovani. Questo ha introdotto cambiamenti nella vita quotidiana della scuola, arricchito i curricoli e complessificato l’organizzazione della scuola (si pensi ai corsi di teatro, di educazione alla salute, alla sessualità ecc.).

La responsabilità è quella di prendere in carico i bambini e i ragazzi per aiutarli a inserirsi nella società in cui vivono. Un punto critico riguarda il fatto che la scuola deve preparare, oggi, i ragazzi per una società in cui vivranno in futuro, senza sapere esattamente come evolverà la società. Ciò pone un primo grande dilemma, con ricadute importantissime sulla stessa organizzazione concreta dei curricoli, delle materie da insegnare, di quali competenze sviluppare, delle metodologie innovative da introdurre. Occorre inoltre chiedersi cosa voglia dire, attualmente, aiutare i bambini e i ragazzi a inserirsi nella società. – Per un verso è necessario che i ragazzi possano arrivare ad essere in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro e dell’economia. – Per altro verso devono poter trovare un proprio benessere personale e contesti in cui poter esprimere le proprie potenzialità, sensibilità, bisogni, paure, desideri e la propria creatività. – Per altro verso ancora, i bambini e i ragazzi devono poter sviluppare la capacità di diventare consapevoli dei problemi, delle contraddizioni e delle manipolazioni: costruire, cioè, uno sguardo avvertito e critico sul mondo.

Inoltre, bambini e bambine, ragazzi e ragazze si trovano, e si troveranno sempre più, a essere posti di fronte a scelte importanti, difficili e a volte controverse eticamente. Essi devono, perciò, essere aiutati a individuare un’etica che serva come bussola durante le loro vite, come esseri umani, cittadini, elettori, lavoratori. La responsabilità di preparare le nuove generazioni a un futuro non del tutto definito produce molta ansia nelle generazioni più adulte, che temono di fallire. Tale mandato, generalmente condiviso a parole da molti, va però poi realizzato concretamente. Su come realizzarlo si verificano scontri decisivi, in quanto si tratta di definire quali sono i modelli di donna, di uomo, di società, di scuola, di organizzazione scolastica che ogni parte (scuola, famiglia, parti sociali, governo, mondo del lavoro, i ragazzi stessi) ha in mente, non sempre in modo chiaro ed esplicito, e che vengono posti come le finalità cui deve tendere la scuola. La formazione degli insegnanti A fronte dunque della necessità faticosa di negoziare un modello sufficientemente condiviso di scuola e di società, si evidenzia con forza la crucialità della formazione degli insegnanti. Se si vuole cambiare la scuola bisogna cambiare la mentalità e la sensibilità di chi la scuola la dirige e la porta avanti tutti i giorni in aula. Se non si incide sulla mentalità degli adulti, non ci sono le condizioni per aiutare i giovani a crescere e a inserirsi in modo propositivo nella società.

La formazione degli insegnanti deve essere cambiata in fase iniziale e deve poi essere perseguita secondo le indicazioni europee ormai ampiamente accreditate del lifelong learning. Per tutta la vita di servizio nella scuola, e secondo un progetto nazionale di educazione permanente. Pertanto, la formazione degli insegnanti deve riguardare: 1. Formazione alla relazione, all’affettività e al benessere 2. Educazione e cultura di genere 3. Democrazia pluralista e accoglienza interculturale 4. Bullismo: prevenzione e contrasto 5. Diversità, inclusione e rete di servizi 6. Per una didattica scolastica attiva, partecipativa, cooperativa 7. Qualità del curricolo, essenzialità dei saperi 8. Innovazione tecnologica e educazione digitale 9. Sviluppare una cultura della valutazione 10. Una nuova formazione degli insegnanti: punti centrali 1. Formazione alla relazione, all’affettività e al benessere La scuola è un luogo dove tutti i giorni milioni di adulti, bambini e giovani trascorrono moltissimo tempo assieme. La scuola è un osservatorio importante per cogliere i bisogni, le risorse e le difficoltà delle nuove generazioni. La scuola è anche un luogo su cui le famiglie attuali, spesso disorientate nelle scelte educative da compiere, riversano attese di aiuto nel crescere i figli.

Gli insegnanti stessi sono anche genitori con gli stessi problemi e, in più, con il carico di ansia per le grandi responsabilità loro affidate dalla società e dalle famiglie. Inoltre, gli insegnanti si sentono in grande difficoltà perché finora, all’interno della formazione ricevuta, non sono stati forniti loro strumenti per affrontare i problemi educativi che riguardano la normale fatica di crescere, ma anche le nuove emergenti forme di disagio: violenze familiari fisiche e sessuali, disturbi alimentari, videodipendenze, bullismo, omofobia, tendenze suicidarie. La formazione degli insegnanti, specie della scuola secondaria, si è finora concentrata prevalentemente sul piano dei contenuti disciplinari, importantissimi ma non sufficienti quando si ha a che fare con soggetti in crescita. Infatti, i ragazzi sono capaci di studiare anche accanitamente certi contenuti disciplinari a condizione, però, di essere mossi da una forte motivazione e da un forte interesse. La scuola è, poi, vissuta da bambini e ragazzi come un luogo fondamentale di socializzazione trasversale, in cui ci si confronta con la capacità di stabilire relazioni affettive significative con amici e amiche del proprio sesso e di quello opposto, facendo così le prove per come relazionarsi nella società più vasta. Il grande problema della scuola allora è: – fare in modo che i ragazzi imparino a inserirsi nella società attraverso la mediazione dei saperi e di una relazione educativa attenta al loro benessere e alle loro difficoltà, – fare in modo che gli insegnanti usino il sapere per far crescere i bambini e i ragazzi e usino il sapere come strumento per sostenerli nel loro benessere e nelle loro difficoltà.

La formazione degli insegnanti deve puntare a mettere i docenti nella condizione di costruire ambienti di apprendimento adatti, perché possano realizzarsi a scuola situazioni di benessere. Occorre lavorare sulla capacità degli insegnanti di ‘tenere insieme’ contenuti e relazione educativa, saperi e ascolto dei ragazzi. Non serve più una formazione degli insegnanti che tenga divisi questi due aspetti, che devono assolutamente stare assieme. 2. Educazione e cultura di genere Quando si discute del ritardo che l’Italia vive rispetto al raggiungimento di un’effettiva eguaglianza tra uomini e donne nella vita sociale, politica e lavorativa, e si pianificano politiche per promuovere le pari opportunità, raramente la scuola viene interpellata e inserita nel dibattito politico. La ragione di questo mancato investimento in politiche educative per la parità di genere deriva da un grosso fraintendimento: la scuola italiana viene concepita come uno dei pochi contesti in cui la parità uomo-donna viene per definizione esercitata. Esiste un’evidenza statistica a supporto di questa credenza, che consiste in una forte presenza quantitativa delle donne a scuola, nel duplice ruolo di docenti e studentesse: la scuola, si continua a ripetere con toni talvolta rassegnati, è ormai «in mano alle donne». La forte femminilizzazione della scuola non implica di per sé una maggiore consapevolezza delle questioni di genere, né delle disparità tutt’ora presenti nell’educazione di bambine e bambini, ragazze e ragazzi. La scuola italiana continua a proporsi come un ambiente neutro, che non pone a tema le differenze di genere e proprio per questo non fa altro che replicare concezioni stereotipate dei due sessi. Ancora oggi l’appartenenza di genere condiziona fortemente i sogni, le aspettative, i progetti e le opportunità di vita, sia personali che professionali, dei maschi e delle femmine. Ignorare questo condizionamento porta inevitabilmente a perpetuare forme più o meno marcate di discriminazione, che sono dannose per entrambi i generi, ma che risultano certamente più penalizzanti per il genere femminile. Di fronte alla possibilità inedita, per il loro genere, di accedere al bene-istruzione e di proseguire gli studi fino ai livelli superiori, le ragazze, proprio a causa di stereotipi culturali interiorizzati fin da piccole, decidono di limitare le proprie scelte scolastiche e formative a filiere tradizionalmente femminili, come la cura e i servizi, autoescludendosi da altre opportunità.

Una didattica di genere deve essere finalizzata, invece, a potenziare l’empowerment femminile, implementando l’autostima delle studentesse nell’applicarsi ad ambiti sinora considerati come rigorosamente, o impropriamente, maschili. Occorre far anche riferimento alla condizione omosessuale presente tra i giovani e gli adolescenti. Che richiede alla scuola, nella mediazione intelligente degli insegnanti, un’attenzione e una sensibilità educativa e comunicativa particolari. La scuola è chiamata a farsi promotrice di un’educazione di genere che deve essere accresciuta trasversalmente nei diversi campi del sapere e degli ambiti disciplinari. Per raggiungere questo obiettivo, si rende necessaria un’adeguata formazione iniziale dei futuri/delle future insegnanti e una adeguata sensibilizzazione del corpo docente in servizio.

3. Democrazia pluralista e accoglienza interculturale La società italiana è oggi, nei fatti, multiculturale, con la presenza di circa 5 milioni di immigrati (una proporzione analoga a quella degli altri Paesi dell’Unione Europea) e con l’eredità di una lunga vicenda di emigrazione che, nell’arco di un secolo, ha coinvolto ben 27 milioni di connazionali. La necessità di gestire efficacemente la differenza culturale nella società impone un forte investimento sull’educazione interculturale, come progetto intenzionale di promozione del dialogo e del confronto culturale rivolto a tutti, italiani e stranieri, per costruire le forme di una cittadinanza attiva, consapevole e interculturale. Oggi la scuola italiana è frequentata da circa 800 mila allievi stranieri, provenienti da ben 196 differenti paesi del mondo (nella scuola italiana è rappresentato il mondo intero!) e la crescita di una seconda generazione della migrazione (composta da giovani arrivati nel nostro paese in età precoce o nati da genitori immigrati in Italia), la scuola rappresenta oggi un laboratorio privilegiato per la costruzione di una democrazia pluralista e socialmente coesa. Tale intento esige, però, un forte investimento formativo nei confronti degli insegnanti, affinché acquisiscano nuove competenze pedagogiche, sulla base di principi di apertura culturale, accoglienza e inclusione, per fare delle diversità culturali un punto di vista privilegiato dei processi educativi. 4.

Bullismo: prevenzione e contrasto La prevenzione e il contrasto del bullismo necessitano di azioni, in campo educativo, didattico e organizzativo, che coinvolgano il personale scolastico, gli studenti e le studentesse e le loro famiglie. Dalle ricerche internazionali, risultano utili: a. il sostegno empowering delle vittime, per sviluppare la loro assertività; b. l’intervento educativo teso a contrastare pregiudizi, discriminazioni e pratiche di esclusione nel gruppo-classe; c. la sinergia tra il singolo insegnamento disciplinare, la progettazione educativa interdisciplinare del Consiglio di classe, che preveda anche la collaborazione delle famiglie, e una politica esplicita dell’intero istituto scolastico. Agendo il bullismo contro le stesse categorie discriminate nella società: ragazze, stranieri, diversabili, LGBT, persone in sovrappeso o comunque quanti e quante appaiono “diversi e diverse”, appare necessario un intervento di formazione, in ingresso e in itinere, del personale docente, per quel che riguarda l’educazione formale e informale che lo renda capace di un intervento antidiscriminatorio. Alla mission culturale della scuola appartiene anche la destrutturazione dei messaggi discriminatori, contro i rom, i migranti, gli omosessuali, nei mass-media; uno stile educativo che eviti i comportamenti, anche inconsapevolmente, discriminatori; un ampliamento dei contenuti disciplinari che includa i temi delle minoranze; la revisione dei libri di testo che contengano stereotipi di genere e/o etnoculturali.

Essendo infine il bullismo un fenomeno molto più violento, dal punto di vista verbale e fisico, se coinvolge i maschi, specialmente in branco e davanti a spettatori, ed essendo maschi la maggioranza statistica dei bulli, appare necessaria una “formazione alla maschilità” che destrutturi una concezione competitiva, aggressiva e predatoria della virilità, pluralizzando le rappresentazioni della maschilità ed evitando che il bullismo, diventando una performance pubblica di appartenenza al genere maschile, costituisca per i bulli un bisogno esistenziale. 5. Diversità, inclusione e rete di servizi Una scuola che accoglie tutti è quella presente in Italia da oltre trent’anni (L. 517/77). Possiamo essere orgogliosi di come il nostro Paese ha organizzato l’inclusione scolastica raccordandola a quella sociale, attraverso il “Progetto di vita” e i “Progetti per l’autonomia”. L’inclusione concerne tutte le differenze culturali, sociali, linguistiche (ivi incluse quelle derivanti da particolari condizioni sensoriali), razziali, di genere, mentali e fisiche; richiede un’azione di sistema, una buona prassi intesa come azione politica, che possa cambiare l’organizzazione del contesto, legata al tema dell’equità delle opportunità e dell’esigibilità dei diritti umani, in una prospettiva non omologante, ma di cittadinanza per tutte le diversità umane. Oggi, in Italia, lo scenario dell’inclusione si presenta più ampio e articolato perché deve affrontare nuove sfide: migrazione e disabilità; giovani traumatizzati; pluridisabilità derivanti da elevata prematurità ecc., di fronte alle quali gli insegnanti necessitano di affinare e di articolare la propria formazione, sia iniziale che in servizio. Va sottolineato l’impegno dei docenti universitari di Scienze della Formazione nell’attivare i Master finanziati dal MIUR in quest’area, riguardo a DSA, autismo, ecc.. C’è la necessità di insegnanti promotori/sostenitori di una cultura dell’inclusione, fiduciosa della possibilità di “educabilità” e di apprendimento di tutti, mediante una significativa, sistematica e intenzionale riconfigurazione dei contesti, capace di fronteggiare e accogliere una realtà complessa, cui rispondere in modo pedagogicamente positivo e propositivo, con competenze articolate e diffuse, da acquisire in percorsi di specializzazione di alto livello formativo.

La didattica inclusiva si presenta come la dimensione di base su cui si fondano l’attività formativa e la didattica generale, che si realizzano a scuola come spazio di co-evoluzione, fruttuoso per lo sviluppo umano. L’inclusione reale dell’alunno disabile si gioca poi nella collaborazione tra tutti i docenti della scuola e, tra questi, con la famiglia e la rete dei servizi sociali e sanitari del territorio, nella costruzione comune di un progetto formativo che inizi nella scuola, ma vada oltre la scuola, verso la possibile autonomia della persona con disabilità.

8. Innovazione tecnologica e educazione digitale Negli ultimi anni, sono stati compiuti notevoli sforzi nel nostro Paese per accelerare il processo di digitalizzazione della Scuola Italiana e innovare le pratiche didattiche attraverso l’introduzione delle ICT nelle aule scolastiche. Nonostante ciò, l’analisi recentemente effettuata dall’OCSE per valutare l’impatto delle iniziative ministeriali intraprese a livello nazionale ha rivelato come esse non abbiano prodotto gli effetti auspicati: molte scuole sono ancora escluse dai circuiti telematici e le pratiche didattiche innovative risultano ancora limitate a casi isolati. A fronte di simili risultati occorrono, da un lato, misure non estemporanee capaci di portare a sistema gli interventi di innovazione tecnologico-educativa della scuola, e dall’altro politiche e pratiche educative che tengano conto dei risultati della ricerca nel settore, con particolare riferimento agli studi sull’efficacia didattica delle ICT in educazione. Più specificamente, una “educazione digitale” non può oggi prescindere da: – un miglioramento delle infrastrutture (cablaggio, connessioni e dispositivi) per garantire a tutti gli istituti scolastici un adeguato accesso tecnologico, superando l’attuale divario digitale che ancora penalizza una parte delle scuole del nostro Paese; – una maggiore attenzione alla formazione tecnologica degli insegnanti intesa nel duplice senso di formazione della competenza digitale e formazione all’impiego didattico delle tecnologie, valorizzando il ruolo stesso di Internet come ambiente capace di accogliere comunità professionali (si pensi ai social network) e come punto di accesso a risorse didattiche, ad es. OER, e a data base scientifici specializzati, ad es. ERIC; – un maggiore impegno nel sostenere lo sviluppo e la circolazione di buone pratiche attraverso adeguati sistemi di documentazione e disseminazione delle esperienze didattiche nell’ottica di favorire la nascita di comunità di pratica in grado di autosostenersi; – un impiego delle ICT nella didattica consapevolmente legato all’idea di tecnologie come amplificatori cognitivi: sul piano pedagogico-didattico, è importante sottolineare come una “educazione digitale” non consista in un uso indiscriminato delle ICT, ma richieda di valutare situazione per situazione quando e come le tecnologie possano effettivamente apportare un valore aggiunto sulla base della migliore evidenza disponibile nella ricerca; – la definizione di un curriculo di competenza digitale per la scuola dell’obbligo, che risponda alle istanze evidenziate dalle direttive europee e si basi su un modello di competenza digitale pedagogicamente significativo.

10. Una nuova formazione degli insegnanti: punti centrali In sintesi, i punti centrali da inserire nella formazione degli insegnanti sono: – far sondare agli insegnanti la loro motivazione ad insegnare; – formare gli insegnanti alla conoscenza di sé e al proprio benessere; – formare gli insegnanti a saper ascoltare i segnali di bisogni, paure e difficoltà dei ragazzi; – formare gli insegnanti a saper affrontare i conflitti e le forme di aggressività; – formare gli insegnanti a saper riconoscere e gestire le dinamiche di gruppo; – formare gli insegnanti a usare il sapere come mediatore per la costruzione del benessere dei ragazzi; – formare gli insegnanti a costruire ambienti di apprendimento in cui possa verificarsi una esperienza globale di apprendimento, non ridotta a singole tecniche o a contenuti segmentati e separati dal resto del sapere; – formare gli insegnanti a saper introdurre nuove metodologie di tipo attivo, partecipativo, espressivo, dialogico per la trasmissione e l’elaborazione dei saperi : insieme, tra docenti e allievi; – con la formazione a tali metodologie e alla costruzione di un ambiente di apprendimento coerente, gli insegnanti sono messi nella condizioni di potersi dedicare a suscitare il desiderio del sapere, che costituisce una delle motivazioni più profonde a sostegno della costanza nella fatica dello studio e del successo scolastico; – formare gli insegnanti a individuare quali siano i propri modelli educativi durante l’esercizio del ruolo docente (ruolo paterno/direttivo/autoritario/materno/laissez-faire/seduttivo/ giudicante ecc.) e analizzare le conseguenze di ciò nella relazione con i ragazzi; – formare gli insegnanti a una nuova cultura della valutazione, più consapevole della sua complessità e di come la valutazione sia collegata ai propri modelli personali di giudizio, persino nelle cosiddette prove oggettive (ad esempio nella costruzione stessa delle domande e degli items dei test). Insomma: formare gli insegnanti a offrire ai bambini e ai giovani le condizioni per un “apprendimento felice’’.

Società Italiana di Pedagogia – SIPED

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