Postato in data 15 luglio 2019 Da In Mostre

NORA di Paola Stella

Nora aveva vissuto a Torino dall’età di nove anni. Suo padre, bracciante siciliano, aveva seguito la scia del flusso migratorio degli anni ’70 verso il Nord. Era partito da solo alla ricerca di un lavoro più sicuro e meglio remunerato. Ottenuto un posto da operaio, aveva fatto venir su anche la moglie e le due figlie. Nora era stata felice di andarsene dalla Sicilia, sognava di poter vivere una vita più ricca da tutti i punti di vista, possedeva già una mentalità aperta.

E la buona disposizione d’animo l’aveva favorita nell’instaurare da subito buoni rapporti con le nuove compagne di classe e con i ragazzini del condominio dove vivevano. Si era presto adattata ai ritmi della città e bene ambientata. La madre e la sorella, più grande di lei di tre anni, ne avevano invece sofferto molto.

A Nora, più che il paese, i vicini di casa, le passeggiate in campagna, le abitudini, mancava la nonna materna, quella sì che le mancava, ma aveva come incorporato la sua essenza, e aveva imparato a parlare con lei immaginando le risposte che avrebbe dato alle sue domande. Le aveva insegnato tantissime cose, seppure in quei pochi anni. La nonna Agata, Tina per tutti, era infatti una grande esperta di erbe medicinali, che sapeva utilizzare per qualunque malanno, inoltre “aggiustava” le ossa, leggeva i Tarocchi, e aveva una saggezza antica che, negli anni, le aveva fatto conquistare il rispetto di tutto il paese. Nora, che aveva assorbito tutto ciò che poteva da questa grande donna, fin da piccola era cresciuta sicura che ogni problema si potesse risolvere. Era una sognatrice, perché era ottimista di natura, ma anche concreta, con i piedi ben piantati per terra. Sapeva di dover faticare per ottenere ciò che desiderava, infatti, s’impegnava molto nello studio con risultati soddisfacenti.

Dopo il liceo pensò di iscriversi in Farmacia, per potere ampliare le sue conoscenze in erboristeria e per trarne frutto. Mentre frequentava l’università conobbe un giovane iscritto alla facoltà di Chimica. Si innamorarono e dopo alcuni anni si sposarono, solo civilmente però, lui era ateo. Ebbero tre figli, uno dopo l’altro, il loro sembrava un matrimonio felice, invece si andava sgretolando pian piano e irreversibilmente, e quando i loro ragazzi erano all’università si separarono. Le loro vite si erano allontanate inesorabilmente, non condividevano quasi più nulla, erano diventati due freddi soci nella gestione familiare.

Lui era direttore di un grosso centro chimico, e si era trasformato in una macchina per fabbricare denaro, sempre più avido. Più guadagnava più si sentiva onnipotente. Aveva tradito non solo gli ideali che avevano coltivato insieme durante le lotte politiche comuniste, le occupazioni universitarie, ma aveva tradito anche lei, Nora. Così, questa donna si trovò a cinquant’anni suonati da sola, ma non disperata. Coltivava tanti interessi, oltre ad essere una apprezzata erborista e omeopata, le piaceva danzare, era una studiosa di etnologia, e anche un’esperta di musica popolare, praticava la meditazione e collaborava con una grossa compagnia teatrale, che allestiva spettacoli in dialetto siciliano. Insomma, era una vera forza della natura, in lei coesistevano due anime, una esoterica e una lucida e chiara.

Proprio in occasione di uno spettacolo teatrale, il regista le presentò un suo amico, attore francese, dall’aspetto stravagante, Paul, che parlava benissimo, non solo l’italiano ma anche il siciliano. Era accaduto che negli stessi anni in cui la famiglia di Nora si era trasferita a Torino, anche la famiglia di Paul dalla Sicilia si era trasferita in Francia. Inizialmente non le fece simpatia, le sembrò tronfio, pieno di sé e poco autentico. Poi, osservandolo meglio nei giorni successivi, incominciò ad apprezzare quei capelli molto lunghi, un po’chiari e un po’ scuri, l’aspetto volutamente trasandato da ex sessantottino, la sua gentilezza di modi e quella voce calda e rassicurante.

Lo trovò anche sorprendentemente divertente, soprattutto quando parlava in dialetto palermitano. Lui, invece, aveva già sentito parlare di lei ed era curiosissimo di conoscerla e la trovò interessante da subito. Prese a corteggiarla. Del resto, anche Nora era ancora molto attraente, anche lei amava vestire un po’ casual, con abiti morbidi di flanella leggera, stivali bassi di camoscio con la frangia, i capelli, ondulati di media lunghezza, ancora neri con qualche elegante striatura bianca (detestava tingersi i capelli), con poco trucco, solo l’immancabile eyeliner sugli occhi neri e un’ombra di rossetto rosso sulle labbra, e colpì profondamente la mente di Paul. E poi…era semplicemente adorabile, era molto buona d’animo e altruista, acuta e saggia, creativa ed originale. Forse il suo punto debole era quello di nutrire eccessiva fiducia negli altri, le mancava il senso del male.

Da quel momento si frequentarono sempre più assiduamente per due intensi anni, facendo la spola fra Italia e Francia. Lavorarono anche assieme al Teatro. Erano felici ed irradiavano felicità. Traevano una tale energia dal loro amore, una tale positività che, chiunque li vedesse o entrasse nella loro aura, ne traeva beneficio. Erano uno spettacolo. Durante il pranzo di Natale, il secondo che festeggiavano insieme, comunicarono a tutti, ai tre figli di lei con le rispettive fidanzate, e all’unica figlia di lui, avuta dalla sua ex compagna, che si sarebbero sposati nell’estate successiva. Lei, questa volta, voleva la cerimonia religiosa e un ricevimento gioioso e semplice nel casolare ristrutturato di un loro amico torinese. Diceva che aveva trovato l’amore della sua vita, che non era mai stata tanto felice in vita sua.

Da lì a qualche settimana si sentì malissimo, ebbe una fortissima emorragia, la ricoverarono in ospedale e la sottoposero ad un intervento invasivo al ventre, a causa di un tumore. Si riprese, ma non volle seguire i consigli di cura dei medici. Lei credeva nell’efficacia delle sue erbe e nell’omeopatia. Aveva anche consultato i tarocchi, ed era venuta fuori la carta n. 21 degli Arcani Maggiori, il Mondo, solo che si era presentata all’inizio della frase, non alla fine. Volle interpretarla positivamente. In verità, l’ordine di presentazione era fondamentale: se spunta alla fine vuol dire donna realizzata, matrimonio felice; se spunta all’inizio vuol dire avvio difficile, prigione. Sua nonna era morta e non poté consigliarsi realmente con lei ma solo nella sua immaginazione.

Nora era fatta così, era una simbiosi di antico e moderno, di credenze, magie, ma anche di raziocinio e scienza. Da piccola aveva avuto l’imprinting della nonna, e anche se da adulta aveva studiato farmacologia, lei tendeva di più verso la medicina non ufficiale, dolce, naturale. Fatto sta che la malattia si ripresentò. Incominciò a stare male di nuovo, ma non volle rinunciare all’idea del matrimonio. Preparò, con l’aiuto della sorella e delle amiche più care tutto quanto, nei minimi particolari. Paul in quei mesi non l’abbandonò neppure un giorno, anche lui contribuì ai preparativi dal punto di vista scenografico. Arrivò il giorno fatidico.

Si sposarono e fu una festa fantastica. Nora indossava un abito di merletto bianco antico, molto romantico, e i suoi capelli neri erano adorni di fiori di campo. Paul indossava un abito di lino anch’esso bianco e invece della cravatta aveva una sorta di foulard, come quello che indossavano i vecchi bohèmien francesi. Ballarono tutti, compresi gli anziani genitori di Nora.

Dopo appena un mese Nora se ne andò.
Chissà, forse se avesse seguito il protocollo indicato dai medici la sua vita sarebbe stata più lunga. Quel che conta è che morì paga, soddisfatta, aveva realizzato i suoi sogni, non aveva vissuto invano. Disse ai presenti, prima di chiudere gli occhi per sempre, che quello era il suo Karma e non si poteva lottare contro di esso.

 

 

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