Postato in data 13 ottobre 2019 Da In Spettacoli

IL SEMINO ALATO di Paola Stella

Un semino alato di abete rosso, volato chissà da dove insieme al vento, aveva attraversato terre lontane, era sopravvissuto a stento al deserto, si era ripreso, e poi, sempre volando, non si sa come era scivolato in un ruscello, si era scontrato con una grande roccia, era rimbalzato un po’ stordito e aveva ripreso la sua corsa verso l’ignoto.

Un bel giorno, dopo tanto tempo, andò a finire nell’orticello di Bobo.
Bobo era un vecchino curvo e rugoso, che, da quando sua moglie era stata portata via da una malattia, viveva da solo e amava coltivare con le sue mani la lattuga, le carote, i pomodori, le patate e qualche altra cosetta. Tutt’intorno all’orto c’era qualche pero, un mandorlo, un ciliegio, un albero di limoni, uno di arance, un noce e un nespolo. In ogni momento dell’anno disponeva di frutta fresca. Accanto alla sua piccola casetta, un pollaio con qualche gallina e una piccola stalla con tre caprette. Dall’altro lato, un pergolato che in estate faceva una bella ombra, sotto la quale Bobo amava riposare o suonare un’armonica a bocca.
Quando il semino finì lì, in una piccola buca dove Bobo stava mettendo a dimora i semi delle carote, venne subito ricoperto di terra e rimase intrappolato. Bobo non si accorse di nulla, del resto il semino era piccolo e Bobo non aveva più la vista di una volta.

“Oh…mamma mia…! Aiuto!!! E chi sarebbe questo qui? Che vuole?” chiesero in coro i semi di carota con delle vocette femminili angosciate e preoccupate. Era buio lì, del resto… sotto uno strato di terra!
“iii…iio ho vvv… vviaggiato tanto… sss…sono mm…mmolto stanco” rispose il semino di abete, che preso dalla paura per quella oscurità improvvisa cominciò a balbettare. Bobo intanto stava sistemando delicatamente la terra per ricoprirli e, senza volere, lasciò dei piccoli spazi fra le zolle, dai quali filtrò un pochino di luce.
“Sono un abetino, se volete, potete chiamarmi Tino. Non voglio farvi del male. Sono capitato qui per caso, non l’ho deciso io. Mi ha portato il vento. Sono certo che staremo bene insieme, vedrete, ci aiuteremo a vicenda” disse il semino di abete, un po’ più rincuorato da quella flebile luce. I semi di carota lo guardavano con diffidenza, non avevano mai visto un seme così strano, con quella specie di ala, che all’apparenza sembrava fragile, ma che invece era resistente. Avevano, infatti, già provato ad aggredirlo con le spine che ricoprivano il loro corpicino, ma non avevano prodotto niente.

“È inutile che vi affanniate a pungermi, sono robusto, non sapete a quali peripezie sono andato incontro nel mio viaggio, e tuttavia sono sopravvissuto.”
E cominciò a raccontare il suo viaggio…
Stettero ad ascoltarlo con attenzione, poi, curiose e un po’ pettegole, si misero tutte assieme a fare un cicaleccio incredibile: “Che dite, ci dobbiamo fidare? Chissà quando gli spuntano le prime foglioline? E il suo fusticino sarà erbaceo o legnoso? E se ci farà ombra come potremo crescere? E la sua radichetta come sarà? E se ci sopraffa? Ma no, di sicuro… noi lo vinceremo questo Tino. Bobo preferirà noi a lui. Le nostre radici dolci e colorate di arancione saranno senz’altro più gustose e più belle di quella sua.”
Certamente le “carotine” facevano fatica ad accettare quell’estraneo. Loro non avevano grande esperienza di vita: da quando Bobo le aveva raccolte, erano sempre state fra di loro, prima al sole, per asciugarsi bene, e poi conservate in un sacchetto.

A poco a poco Tino conquistò la loro fiducia, non solo perché era buono d’animo, ma anche perché era uno che aveva sofferto, sempre sballottolato di qua e di là. Inoltre, ebbe l’occasione di fare l’eroe qualche tempo dopo l’interramento: si erano presentati, infatti, dei funghi parassiti, che avevano cominciato ad attaccare le carotine, allora lui per difenderle, li combatté a colpi di ala. La sua ala si distrusse ma i funghi morirono tutti. Del resto, quell’ala non gli serviva più. “Bravo… bravo… che coraggio… ci hai salvate…” esclamarono tutte assieme le carotine.

I semini di carota col tempo impararono a fidarsi di Tino. Si erano rese conto che, pur avendo un aspetto diverso, avevano lo stesso obiettivo, quello di trasformarsi in piante vere e proprie, con radici, fusto e foglie, fare fiori e frutti, e perpetuare la loro specie. Del resto, c’era spazio per tutti nell’orticello di Bobo. Incominciarono ad imbibirsi di acqua dal terreno, e nel frattempo a modificarsi. Ancora non potevano assorbire la luce del sole, perciò si nutrivano con le sostanze che la natura aveva conservato nel loro corpicino di seme. Dopo alcune settimane spuntò una piccola radichetta e subito dopo vennero fuori le prime foglioline e l’esile fusticino delle carotine. Per Tino ci volle un po’ di tempo in più, ma anche a lui spuntarono la radichetta e le prime foglioline.

“Oh…Che strana radice ha Tino, vero?” disse una carotina. “Sì, è sottile sottile” rispose un’altra. “Avete visto? Ne ha tante piccole piccole. Invece noi ne abbiamo una sola ma più robusta e saporita” aggiunse un’altra. Insomma, non avevano perso il vizio di sentirsi superiori a Tino, però gli si erano affezionate. Lui non se la prese, considerò che non avevano mai viaggiato e non sapevano le cose del mondo. Le assecondò, non voleva arrabbiarsi, altrimenti avrebbe incominciato a balbettare e sarebbe stato peggio.

Un giorno, Bobo, mentre zappettava la terra, che con il caldo si era indurita e non lasciava penetrare l’acqua, si accorse di questa piantina strana vicina alle carote, lui non aveva esperienza di abeti, non ne aveva coltivati mai. Fu lì lì per sdradicarla, poi la lasciò stare. “Finché non darà fastidio alle mie carote può restare. Sono sempre in tempo per strapparla. Vediamo che viene fuori” pensò. Man mano che il tempo passava le differenze fra Tino e le carotine si notavano sempre di più: queste ultime crescevano rapidamente, avevano già una bellissima radice arancione e un fusticino erbaceo niente male, che da lì a poco avrebbe dato anche il fiore, ad ombrella, composto da tanti piccoli fiorellini bianchi e da uno solo nero, nel centro.

Tino cresceva anche, ma in modo totalmente diverso: il suo fusticino si stava già ricoprendo di una sottile corteccia, le foglioline non erano morbide come quelle delle carotine, ma avevano la forma di aghetti, erano appuntite, e in quanto ai fiori… ancora ce ne voleva di tempo. Crescendo, Tino, emetteva dei rametti alternati, ai quali aveva raccomandato di non fare ombra alle carotine. Così i rametti si accordarono: “Oggi spunto io da est, fra qualche giorno tu spunterai da ovest” disse un rametto ad un suo fratellino. “Allora, io sbucherò a sud” disse un terzo rametto. “E poi toccherà a me verso Nord. Non vedo l’ora!” Aggiunse un quarto rametto quasi pronto. In questo modo lasciavano entrare i raggi del sole e le foglioline delle carotine potevano effettuare la fotosintesi clorofilliana. Un giorno, Tino, che era diventato più alto delle carotine, adocchiò da lontano un coniglio selvatico. Era appena l’alba, il momento del crepuscolo mattutino: il cielo da blu scuro stava diventando più chiaro, lì dove stava per spuntare il sole, Venere era scomparsa, c’era silenzio perché le cicale ancora dormivano, e Bobo non si era ancora alzato. Tino ebbe solo pochi secondi per pensare, sapeva cosa stava per fare il coniglio, lui era esperiente. Appena il coniglio si fu avvicinato, si piegò e incominciò a pungerlo con i suoi aghetti, inoltre, sotto terra, diresse le sue tante radici filamentose verso le carote, per proteggerle. Le carote, sentendo un po’ di trambusto, si svegliarono, e tutte assieme abbassarono i loro steli fino a terra, a formare quasi una rete, che impediva al coniglio di scavare per addentarle.

Erano quasi al punto giusto di maturazione e il coniglio aveva l’acquolina in bocca. Ma si stava facendo tardi, con tutti quei contrattempi aveva perso tempo prezioso, pensò di rinunciare. Già il cielo era dorato e il sole stava sorgendo, Bobo sarebbe arrivato presto e l’avrebbe visto. Scappò. Proprio quel giorno, il vecchino, accortosi delle orme del coniglio, decise di non perdere altro tempo e di raccogliere le carote quel giorno stesso. Tino, dunque, aveva salvato le carote e anche Bobo, che viveva di quel poco che la campagna gli dava.
L’abetino continuava a crescere robusto e rigoglioso, ora sentiva la mancanza delle carotine, ma sapeva già che prima o poi quel momento sarebbe arrivato, e si rassegnò. Nonostante fosse triste, si sentiva molto soddisfatto di sé stesso. Ripensò alle carotine, a quando erano ancora dei semini spinosi, e lo avevano salvato da certe larve pericolose che lo stavano facendo morire. Aveva ricambiato il favore.

Era accaduto in un periodo molto piovoso e l’eccessiva umidità aveva favorito la crescita di alcune larve di coleotteri, che si erano attaccate alle sue radici per sopravvivere. Allora, i semi delle carotine si spogliarono del loro guscio e lo offrirono alle larve in cambio delle radici di Tino. Le larve, sprovvedute come erano, acconsentirono allo scambio, ma morirono, perché nelle piccole spine del guscio c’era del veleno.
Tino pensò che era stato bello conoscersi e aiutarsi a vicenda.
Passò l’estate, arrivò l’autunno. L’abetino si accorse che Bobo usciva sempre meno: l’orto era trascurato, c’erano erbacce dovunque, i frutti maturi degli alberi cadevano nel terreno, si vedevano formiche dappertutto, uccellacci, topi e quant’altro.

Arrivò l’inverno e quell’anno fu freddissimo. Un giorno, mentre cadeva la neve, Tino vide un uomo, un vecchio amico di Bobo, con cui passava qualche serata estiva sotto il pergolato a suonare l’armonica, bussare alla porta di casa sua. Nessuno venne ad aprire, allora quell’uomo, con uno spintone la buttò giù. Dopo un po’ Tino rivide quell’uomo, si stava dirigendo proprio verso di lui, con una accetta in mano.
In sostanza era accaduto che Bobo si era ammalato e non era potuto uscire per fare legna per il camino. Stava morendo assiderato, quando questo suo amico, non avendo sue notizie da alcuni giorni, preoccupato andò a trovarlo. Una volta dentro, si rese conto che occorreva immediatamente accendere il camino. C’era troppo freddo. Non trovando legna né a casa né nella stalla, decise di tagliare l’abete. Incominciò a tagliare i rami. Era così bello quell’alberello che provò a vedere se solo con alcuni rami si poteva accendere il fuoco ed evitare di abbatterlo tutto. Bobo capì che il suo amico stava tagliando l’abete e lo pregò di risparmiarlo, gli indicò invece altri alberelli da cui avrebbe potuto prendere la legna da ardere.

Bobo si riprese pian piano, con le cure affettuose del suo amico. Nel frattempo, arrivò Natale e, felice di essere sopravvissuto, volle riempire di luci l’abetino, che, nonostante gli mancassero alcuni rami, faceva la sua bella figura. Quelle luci attirarono tante persone, ognuna delle quali portò qualcosa a Bobo. Quello fu il più bel Natale che avesse mai vissuto. Mai si era vista tanta gente a casa sua. Si era sparsa la voce, nella contrada, che aveva rischiato di morire malato e assiderato, perché nessuno si prendeva cura di lui.
Da quel momento Bobo non fu più solo e, per tanti anni ancora, Tino illuminò la contrada durante le feste e non solo per Natale.

Paola Stella

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