Postato in data 16 marzo 2019 Da In Società

IL PERICOLO DEL FANATISMO IN RETE

La strage nelle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, è l’ultimo episodio di una serie che purtroppo è destinata ad allungarsi. “Suprematisti” bianchi che si armano come soldati e uccidono musulmani e immigrati perché hanno paura che l’Occidente venga invaso, che i cristiani diventino minoranza, che altri diventino “padroni a casa nostra”: tante volte negli ultimi anni questa scena terribile si è ripetuta in qualche luogo del  mondo, e purtroppo altre seguiranno. Lo stragista delle moschee neozelandesi, Brenton Tarrant, ha scritto di ispirarsi ad Anders Breivik che nel 2011 nell’isola di Utoya in Norvegia fece strage di giovani laburisti, ma scritto sul suo mitra c’era anche il nome dell’italiano Luca Traini che a Macerata l’anno scorso sparò all’impazzata contro un gruppo di neri perché diceva di voler vendicare una povera ragazza uccisa in circostanze non chiare.

E al pari di Traini e Breivik, Tarrant e i suoi complici avranno avuto in testa anche altri assassini in Canada, in Gran Bretagna, in Svezia, e tanti ancora. Dobbiamo capire che la loro è ormai una rete che si alimenta su migliaia di siti e sui social con nomi, simboli, circostanze, “eroi” di questa presunta guerra contro The Great Replacement, la Grande Sostituzione, l’incubo degli autonominatisi difensori dell’Occidente. Ed è proprio l’idea della rete che ci deve far paura perché il collegamento saldato dei fanatismi da un angolo all’altro del pianeta un giorno potrebbe emergere come un vero pericolo globale. L’era del disagio, della paura diffusa e aizzata, della solitudine ultraconnessa può sfociare in una tragedia i cui avanguardisti sono proprio questi sconsiderati “rambo”, pieni di muscoli ma non di cervello, ammiratori del nazismo, delle SS, del fascismo forse senza neanche sapere cosa abbiano rappresentato nella storia sanguinosa del secolo scorso.

Nella Germania degli anni ’30 a picchiare ebrei e “rossi” c’erano le camicie brune delle SA – perlopiù sfaccendati, sbandati, falliti e violenti senza arte né parte che con una divisa avevano trovato uno scopo e uno sfogo – ma piano piano trovarono la solidarietà e l’appoggio di tanta gente normale e benpensante che riteneva gli israeliti la causa della rovina economica della Repubblica e i “rossi” responsabili dei disordini nelle strade. E dunque approvavano, esplicitamente o in cuor loro, le “punizioni” inflitte ai diversi.

Il rischio che corriamo è che questo accada di nuovo. Gli episodi di antisemitismo che si vanno ripetendo ovunque sono un chiaro segnale di un pericolo incombente. Questa violenza è una reazione alle paure, alle incertezze, alla precarietà della vita di oggi. Contemporaneamente è una reazione all’immaginata ”invasione” dei migranti del Sud del mondo messa in relazione con l’ondata di violenza islamista, questa sì reale, che ha sparso morti in tutto il mondo, a cominciare dall’11 settembre 2001. E’ la risposta fanatica allo stragismo islamista, al fondamentalismo quaedista, alla ferocia dell’Isis che da tempo hanno lanciato una sfida agli occidentali e contemporaneamente ai musulmani pacifici. A Christchurch alcuni di questi ultimi sono stati massacrati da un suprematista bianco, ma proprio loro, i cosiddetti musulmani moderati, sono le prime vittime del fondamentalismo. Colpiti due volte.

La Chiesa non si è mai fatta trascinare in una “guerra di civiltà” tra cristiani e musulmani, tra bianchi e neri, tra Occidente e Islam, e i papi hanno tolto ogni possibile sponda al fanatismo di ogni colore predicando il dialogo e l’accoglienza reciproca. E’ importante che sia così ma purtroppo non è sufficiente. Occorre che la coscienza civile e laica faccia la sua parte respingendola tentazione di strumentalizzare la paura delle persone “normali”. Da lì viene il pericolo maggiore.

Marco Frittella ( Interris)

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