Postato in data 2 febbraio 2019 Da In Società Con 59 Visualizzazioni

IL PAPA CHE PIACE AGLI ISLAMICI

Intervista ad Adnane Mokrani, teologo musulmano e professore presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi, sul viaggio di Francesco negli Emirati Arabi Uniti.

 

A nemmeno una settimana dal ritorno a Roma dopo l’intensa Giornata Mondiale della Gioventù di Panama, Papa Francesco è pronto per salire nuovamente le scalette dell’aereo. La destinazione questa volta sono gli Emirati Arabi Uniti, dove rimarrà fino al 5 febbraio. Un viaggio breve ma decisamente rilevante, specialmente nell’ottica del dialogo interreligioso. Nei due giorni di permanenza, il Pontefice vedrà il Principe ereditario Sheikh Mohammed bin Zayed nel Palazzo presidenziale ed entrerà nella Gran Moschea dello Sceicco Zayed per incontrare i membri del Muslim Council of Elders.

Il primo giorno ad Abu Dhabi si concluderà al Founder’s Memorial con l’importante incontro sul tema “Fratellanza umana”. Prima di ritornare a Roma, nella mattinata di domenica Francesco terrà la sua unica omelia celebrando la Messa al Zayed Sports City. Abbiamo chiesto ad Adnane Mokrani, teologo musulmano e professore di studi islamici e di relazioni islamo-cristiane presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, di presentare ai nostri lettori questa Visita Apostolica ormai imminente. L’accademico tunisino, che insegna anche presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma, ci ha spiegato i motivi per cui il viaggio papale può segnare una tappa cruciale nell’ambito del dialogo tra le religioni.

Professore, quali conseguenze può avere nel mondo sunnita la Visita del Papa ad Abu Dhabi ?
“Questo viaggio ha un grande significato storico e simbolico non solo per il mondo sunnita, ma per tutti i musulmani. E’ la prima volta, infatti, che un Pontefice fa tappa nella Penisola Arabica, il luogo dove nacque Maometto. E’ particolarmente significativo, poi, che a realizzarla sia un Papa che si chiama Francesco: sin dalla scelta del nome – che richiama, da un lato, ad un ritorno allo spirito evangelico di povertà, di umiltà, di servizio e, dall’altro, indica apertura e lavoro per la pace – egli dimostrò di avere una visione che include il dialogo islamico-cristiano”.

Tra i musulmani come si sta vivendo l’attesa per questo viaggio?
“Il Papa è molto rispettato nel mondo islamico, specialmente tra le persone colte e attente alle notizie internazionali. E’ apprezzato come istituzione e soprattutto come persona perché sin dal primo documento, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ha parlato in modo molto positivo dei musulmani e in tanti discorsi ed interviste ha voluto sottolineare l’importanza di distinguere tra l’Islam come religione ed il terrorismo come deviazione, chiedendo di non generalizzare. Al contrario, ha sempre incoraggiato a vedere il lato positivo e questo gli ha conferito grande credibilità tra gli islamici di tutto il mondo”.

Gli Emirati Arabi Uniti, seppur in presenza di storture, hanno conosciuto negli ultimi anni una rapida crescita economica che ha determinato un’ondata di arrivi di lavoratori stranieri. Molti di essi sono di fede cristiana. Lei crede che questo Paese possa rappresentare un modello di convivenza religiosa pacifica attualmente?

“In confronto alla situazione che si vive nei Paesi vicini, bisogna constatare che negli Emirati Arabi Uniti  la libertà religiosa è rispettata. L’economia nazionale si basa sul petrolio e sul gas, ma poiché i cittadini originari sono pochi, si è presentato il bisogno di manodopera, specialmente di quella necessaria per lavorare nei pozzi o nell’amministrazione. Questa necessità ha comportato una presenza internazionale rilevante, con un alta percentuale di cristiani che arrivano al milione di unità e sono originari soprattutto dell’Asia. Nel Paese ci sono chiese, templi induisti, buddisti ed altri edifici religiosi. Questo è un segno positivo che indica accoglienza,accettazione e pluralismo religioso”.

L’Arabia Saudita è intenzionata a intraprendere la stessa strada?
“Lo spero. Tra Abu Dhabi e Riad c’è un’alleanza politica molto forte. Ci sono segni positivi sulla questione religiosa, ma aspettiamo dei passi concreti perché non contano i discorsi, bensì i gesti”.

I cattolici ad Abu Dhabi sono nella quasi totalità stranieri. Crede che la Visita del Papa possa portare a conversioni autoctone?
“La conversione è un mistero divino, una cosa molto intima che avviene nel ‘santuario’ della coscienza umana. La conversione non è solo cambiare religione ma anche cambiare visione della propria religione. Ad esempio, si può diventare musulmani più dialoganti, più sensibili alla bellezza altrui,capaci di apprezzare la bontà ovunque e questa è già una conversione. Se la si intende su u questo piano, penso che la Visita Apostolica sia molto importante perché ‘converte’ i credenti al dialogo, alla pace, al rispetto reciproco. Se si parla, invece, di una conversione al cattolicesimo; non so quanto sia fattibile dal punto di  vista giuridico”.

L’appuntamento principale del viaggio papale sarà l’Incontro interreligioso internazionale dedicato alla Fratellanza umana che si terrà lunedì 4 febbraio. Può spiegarci in cosa consisterà?
“Si tratta di un convegno internazionale di dialogo interreligioso a cui parteciperanno sapienti musulmani da tutto il mondo e ci sarà anche la presenza ebraica. Questo dà una dimensione internazionale alla Visita Apostolica: il Papa, infatti, andrà negli Emirati non solo per incontrare le persone che vivono lì, ma anche chi viene da lontano. E, soprattutto, vedrà Ahmed al Tayyeb, l’imam dell’università “Al Azhar” del Cairo, il centro teologico più importante dell’Islam sunnita. L’Incontro del 4 febbraio è molto positivo perché il Papa non si reca lì soltanto per tenere discorsi, ma va anche per ascoltare”.

Un’ultima domanda: nei giorni scorsi è stato respinto il ricorso presentato da due imam fondamentalisti contro l’assoluzione di Asia Bibi. I gruppi più estremisti hanno annunciato nuove proteste. Non è il momento di una reazione del mondo islamico internazionale contro rigurgiti d’odio di questo tipo? Magari proprio sull’esempio di quegli uomini di legge di fede islamica che si sono battuti per la causa di quest’innocente in nome della verità, rimettendoci anche la vita.

“Un segnale decisivo si è visto nello stesso Pakistan dove qualche settimana fa c’è stata una riunione degli imam del Paese che hanno fatto una dichiarazione ufficiale di sostegno ad Asia Bibi, difendendo le minoranze e parlando del loro diritto alla cittadinanza piena e alla partecipazione alla vita sociale e politica nazionale. Una dichiarazione formale della leadership islamica del Paese che fa vedere come la vicenda non sia stata percepita soltanto come una questione di leggi e di tribunali ma anche di cambiamento culturale e sociale”.

 

Nico Spuntoni ( Interris)

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