aleppo

Postato in data 20 dicembre 2016 Da In Società

EPPURE È POSSIBILE!

Quando leggiamo di come le truppe anglo-americane, entrando nei primi campi di concentramento e di sterminio, fossero rimaste basite dinanzi all’orrore che avevano sotto gli occhi e di come tanti soldati si siano sentiti male, svenendo per il raccapriccio di quei corpi scheletriti ancora viventi, con quegli occhi terrorizzati e stravolti, dubitiamo che potessero non sapere nulla.

Come è possibile che a Sachsenhausen arrivi una ferrovia fin dentro il campo e gli abitanti dei villaggi vicini vedessero entrare settimanalmente lunghi treni che andavano e venivano portando sempre altra gente senza che nessuno ne uscisse mai? Come potevano ignorare il tanfo inconfondibile di quel fumo che si spargeva per chilometri? Forse – ci diciamo – se ci fossero stati i mezzi di comunicazione di oggi queste cose non sarebbero potute accadere, forse davvero non sapevano…

E invece ecco che oggi, in questo oggi super tecnologizzato e super informato, davanti ai nostri occhi si stanno spalancando scenari terrificanti di cui, fino a qualche giorno fa, nessuno parlava. Che nessuno aveva filmato, o le cui registrazioni non erano arrivate nelle reti web.

Come è possibile questo? Ma è solo la prima domanda: quella dello sbigottimento iniziale. Segue, immediatamente dopo, la seconda, molto più tormentosa: cosa possiamo fare? Ora che sappiamo, cosa è possibile fare?

Il segretario generale della NATO, Stoltenberg, dice, in un’intervista rilasciata per il quotidiano tedesco Bild, che un dispiegamento di forze più massiccio potrebbe aggravare ulteriormente la situazione e coinvolgere zone finora non colpite.

Intanto Aleppo è un cumulo di macerie, sotto cui giacciono i corpi di chissà quante persone e, pur sotto lo sguardo degli osservatori dell’ONU, i soccorsi stentano ad agire (circolano oggi le foto di bus destinati all’evacuazione dei civili che sono stati dati alle fiamme), gli accordi internazionali sono inceppati a volte da rivalità e rivendicazioni trasversali e la gente continua ad aspettare e a morire.

L’attentatore che ha ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara inneggiava ad Allah e gridava, fra l’altro: “Vendetta per Aleppo”. Della strage ai mercatini di Natale di Berlino non si sa ancora chi sia il mandante, la diplomazia si muove ma, dati i risultati, senza una sufficiente efficacia, il Papa chiede preghiere e implora che la violenza si fermi, ma le cronache dicono tutt’altro.

Sta succedendo: ancora una volta stiamo assistendo impotenti al dispiegarsi di eventi fratricidi che disapproviamo con tutte le nostre forze ma che non sappiamo come fermare. Né condivido chi condanna il nostro continuare ad affaccendarci fra regalini e preparativi natalizi: occuparci di questo è segno che in qualche modo, con fatiche immani, siamo riusciti a costruire un mondo forse troppo ‘di plastica’ ma che vuole anche essere spensierato e sereno.

Un mondo in cui è ancora possibile guardare le case addobbate e sentirsi allegri, comprare i soliti inutili guantini e berretti di lana e sentirsi più in famiglia. L’importante penso sia non lasciarsi abbindolare dalle luci del Natale né bloccare dalle immagini della guerra.

Il mondo è l’uno e l’altro e se ci piace vivere in un mondo in pace non dobbiamo negare che altrove (né tanto lontano da noi… affatto!) c’è la guerra.

Difendere la nostra quotidiana pseudo-allegra e continuare a disapprovare e a protestare: con le nostre condivisioni sui social, con l’interesse sui giornali, con la partecipazione a sit-in o fiaccolate. Sono inutili? No, sono il nostro contributo di opinione.

Parlarne ai giovani a scuola e in famiglia, incoraggiare la condanna senza appello della violenza, pregare (per chi ha fede), essere pronti a dare un contributo concreto qualora sarà possibile sono tutti piccoli gesti che non sconfessano la pace acquisita né nascondono la mancanza di pace. La forza del quotidiano la potremmo definire.

Forse potrà sembrare la soluzione più ‘comoda’, ma a me sembra quella più concreta: gridare allo scandalo è talvolta l’anticamera dell’inerzia, ignorare è da ciechi e meschini, apprezzare quello che abbiamo e sollecitare l’opinione pubblica perché tutti abbiano, credere in un mondo migliore, pregare penso sia quella media via in cui possiamo continuare a procedere a testa alta.

Il progresso e il benessere avanzano lentamente e a macchia di leopardo: non strappiamoci i capelli per quello che sta succedendo perché sarebbe blaterare sconsideratamente e non riconoscere gli sforzi che sicuramente si stanno facendo, non neghiamo che – se la violenza sta imperversando – qualcosa di più sostanzioso sicuramente si doveva fare e si dovrà fare!

Restiamo coi piedi per terra, accorti e cauti, continuiamo ad impegnarci nel nostro mondo e a credere nel futuro! Altrimenti, avremo fatto il gioco disfattista di chi vuole solo distruzione e morte. Iniziamo dal non distruggere il bene che abbiamo: continuiamo a coltivarlo.

Bene è senso critico, bene è condanna, bene è preghiera, bene è continuare a frequentare i mercatini di Natale, anche se dietro l’angolo è appostato un ignoto attentatore.

Agata Pisana

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