cultura è...

Postato in data 30 luglio 2016 Da In Scuola

CULTURA È …

Cultura è ciò che rimane quando ciò che è stato appreso è stato dimenticato
 

Ciò che rimane? è stato dimenticato? Significa che qualcuno può dimenticare le date delle guerre puniche ed essere comunque definito una persona di cultura?

Ebbene, sì.Per comprendere appieno questa affermazione tanto assurda bisogna prima scoprire il vero significato di cultura.Questa parola deriva dal latino colĕre «coltivare». Quest’ultimo verbo, a sua volta, ha due significati principali: il primo naturalmente si riferisce al lavoro agricolo; ma il secondo, splendido, è “praticare con impegno e dedizione, curare, migliorare, nutrire, tenere vivo”. Nutrire. Tenere vivo.

Normalmente un italiano frequenta la scuola dai sei ai diciotto anni, ovvero per tredici anni, durante i quali tratta moltissimi argomenti, fra italiano, storia, scienze, inglese e altri specifici del proprio corso di studi, per cui è chiaro che anche il migliore degli studenti non potrà mai ricordare ogni cosa.

E allora che fine fa tutto ciò che viene dimenticato? È come se non fosse mai stato conosciuto, destinato al nero e silenzioso oblio?

Una parte purtroppo sì, ed è per questo motivo che si ha difficoltà a ricordare le date e i luoghi degli scontri o i nomi di tutti i personaggi de “I Promessi Sposi” (chi erano Bortolo e Tonio?).

Ma un’altra parte, molto più profonda e importante che crediamo di aver dimenticato, in realtà è rimasta e anche se non ne siamo pienamente consapevoli fa parte di noi, perché in passato ci siamo nutriti di essa, ci siamo fatti plasmare da essa.

Questa è la cultura: ciò che rimane. Non il nozionismo che viene presto dimenticato ma l’essenza pura del sapere che ci accompagna per sempre.

Ciò che rimane è anche ciò che mantiene viva la nostra anima.

Lo abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita, magari quando ci siamo accesi in un’ora di lezione straordinariamente bella, quella senza la quale forse non saremmo chi siamo.

Abbiamo provato passione, partecipazione, curiosità, forse abbiamo persino pianto e siamo tornati a casa un po’ diversi da quelli che eravamo.

Quando accade, un senso di pienezza riscalda lo stomaco, lo inonda di mille sensazioni; la propria realtà diventa solo una delle tante, la più piccola, e nel frattempo la consapevolezza che tutto è solo un viaggio illusorio, scaturito da qualche parola particolarmente incisiva, fa sentire un po’ pazzi. Ma completi.

Chi può ricordare le singole battute che gli attori hanno recitato durante la tragedia greca?

Ma chi può dimenticare la sensazione scuotente di rinascita – nel linguaggio tecnico catarsi, da κἁθαρσις, «purificazione» – del momento in cui la tragedia si è conclusa?

Quel turbamento provato a scuola o al teatro non è un evento casuale, ma il più naturale: indica che quando la cultura – quella vera – penetra, in quello stesso istante diventa come la luce, violenta e incontenibile.

Come scrive Roberto Vecchioni nel suo ultimo libro «Il mercante di luce», “non è importante quanto si vive, ma con quanta luce dentro” e questa luce è data anche dalla cultura che ogni uomo porta con sé. Essa infatti è apparentemente inutile, dal momento che non ha nessuna attinenza materiale con la realtà e che il suo scopo più profondo è quello di “riempire animi”.

“Anche il greco”, spiega Vecchioni in una sfida contro tutti coloro che lo definiscono una lingua morta, “non serve a niente. Ma chi non lo conosce non ha capito l’utilità dell’inutile, la bellezza dell’inutile. Perché non si vive solo di utile”.

Cultura è quindi anche luce, ma la luce a sua volta è vita, come racconta il poeta Kavafis in «Candele»: stanno i giorni futuri innanzi a noi / come una fila di candele accese. […] / Restano indietro i giorni del passato / penosa riga di candele spente […].

Nessuno di noi può prolungare la fila delle candele accese, ma possiamo tutti provare a illuminare i nostri giorni un po’ di più, dedicandoci a quella cosa così inutile e così tanto utile che è la cultura.

Tutte queste cose, io le ho capite in un’ora di lezione.

Silvia Occhipinti

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