Postato in data 23 maggio 2020 Da In Eventi

CAPACI, LA MEMORIA INSANGUINATA. SABELLA: “LA NOSTRA GENERAZIONE HA FALLITO”

Ventotto anni fa l’attentato che uccise il giudice Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta. A Interris.it il ricordo del magistrato siciliano, già sostituto procuratore del pool Antimafia di Palermo: “Oggi l’arma delle mafie è il denaro. Non va sottovalutato il fenomeno della corruzione”

 

E’ una sensazione strisciante di disagio. Quasi si fosse troppo piccoli di fronte al male che gli uomini sono in grado di fare ad altri uomini. E anche di fronte alla grandezza di chi, mettendo in gioco la propria vita, scelse di contrastare fino in fondo quella ferocia. E’ come se l’asfalto di Capaci non avesse mai smesso di fumare, sprofondato sotto la violenza del tritolo che Cosa nostra decise di innescare contro il giudice Giovanni Falcone. Poco lontano, sulla montagna dove fu premuto il pulsante fatale, campeggia un “No mafia”, giusto dietro l’obelisco che ricorda il luogo della strage. Un mantra posto per le generazioni di oggi e quelle di domani, che Falcone lo conosceranno anche attraverso quel monumento, depositari forse inconsapevoli di una memoria che, come italiani, ognuno di noi ha il dover di far rimanere viva. Non solo di farla sopravvivere.

L’eredità di Capaci

E’ una differenza decisiva. Perché torna ogni anno quel 23 maggio, e non importano i 28 anni trascorsi dal massacro del magistrato palermitano, di sua moglie e dei suoi uomini di scorta. La strage di Capaci, così come quella di Via D’Amelio, posteriore di soli due mesi, rappresentano un monito perenne, giorni insanguinati che, forse per la prima volta, fecero capire allo Stato italiano che indietro non si sarebbe più tornati. Non più una sfida, ma una vera e propria dichiarazione di guerra che la mafia lanciò alle istituzioni del nostro Paese, apice atroce di una scia di sangue iniziata ben prima della primavera-estate del ’92.

Una battaglia contro il male occulto della nostra terra, che di lì in poi sarebbe stata condotta con più determinazione, con mezzi più efficaci di quelli che ebbero a disposizione straordinari uomini di Stato come Falcone e Borsellino: “Io mi sono trovato a contrastare Cosa nostra a Palermo – ha raccontato a Interris.it il magistrato Alfonso Sabella, già sostituto procuratore del pool Antimafia di Palermo -. Nel dopo-stragi lo Stato ci ha messo a disposizione ogni risorsa possibile e immaginabile. Se questi stessi strumenti li avessero avuti a disposizione Falcone e Borsellino, oggi che Paese racconteremmo?”.

Il messaggio di un’estate di sangue

Un quesito decisivo, che probabilmente accomuna non solo chi combatté la ferocia della mafia negli anni delle stragi, ma anche chi visse quei giorni da cittadino, fra la paura e quelle speranze che rischiarono di naufragare dinnanzi al sangue versato: “Noi eravamo dei semplici ‘apprendisti stregoni’, non avevamo la loro conoscenza e capacità eppure siamo riusciti a fare cose straordinarie. Immagino cosa avrebbero potuto fare loro se avessero avuto gli stessi strumenti che lo Stato, con colpevolissimo ritardo, ha consegnato a noi. Oggi avremmo un Paese migliore e probabilmente a raccontarcelo sarebbero proprio loro. Questa è una domanda che continuo a pormi, a chiedermi perché quelle stesse risorse non siano state messe a loro disposizione”.

Per questo, a quasi trent’anni di distanza, le nuove generazioni hanno il diritto di ascoltare la storia di quei giorni, di comprendere appieno il sacrificio compiuto e l’insegnamento lasciato affinché la stessa coscienza collettiva divenisse uno strumento di contrasto alla criminalità organizzata: “Credo che su questo, il messaggio che viene da quella maledetta primavera-estate del ’92 sia ancora forte. Il problema è renderlo noto, farlo conoscere alle nuove generazioni. Molti di loro non erano nati, avranno studiato sui moderni libri di storia o ne avranno sentito parlare distrattamente. Credo che il compito della mia generazione sia quello di far vivere sempre questa memoria.

 

D.M. (Interris)

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