no eu, si brexit

Postato in data 7 luglio 2016 Da In Europa Con 431 Visualizzazioni

BREXIT

Cosa ci può insegnare per recuperare lo spirito unitario l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea

La Gran Bretagna, per quanto per pochi voti di differenza, ha deciso per l’uscita dall’Unione Europea. A pochi giorni dal voto si può tentare una riflessione sull’accaduto che sia meno legata all’emotività del momento dettata dal timore per le conseguenze che tale scelta può produrre e dalla delusione per il sogno di una Europa unita che rischia di non avverarsi. Tra i possibili effetti negativi più immediati e temuti vi sono quelli di natura economica. Ci si chiede se le nostre imprese ed in particolare quali imprese potranno avere delle difficoltà a causa della situazione di incertezza che si determinerà, prolungata dalle lunghe trattative che dovranno accompagnare la separazione.

Si prevede una riduzione degli investimenti, un calo degli scambi commerciali ed una maggiore difficoltà per l’accesso al credito con il rischio che si blocchi la crescita dell’economia. La svalutazione della sterlina, inoltre, renderà più difficili le esportazioni italiane in Gran Bretagna.

Per le imprese quotate in borsa l’effetto indotto di tali previsioni potrebbe essere la diminuzione del valore delle azioni per eccesso di vendite sull’onda del timore di una crisi economica. La lunga attesa per la definitiva uscita potrà, quindi, causare turbolenza nei mercati finanziari accentuata dalla preoccupazione che altri paesi escano dall’Unione Europea. Il rischio è anche che si produca timore senza un giustificato motivo e che si possano aprire maggiori spazi di manovra a chi si propone solo fini speculativi.

Le attuali difficoltà delle nostre banche, legate all’eccessiva esposizione sui crediti deteriorati ed al costo delle ricapitalizzazioni laddove necessarie, potrebbero aumentare per effetto di questa situazione di incertezza che potrebbe rendere più complicate le operazioni di fusione e di ricapitalizzazione poiché costerà di più finanziarsi e chiedere soldi al mercato.

Grazie all’intervento della BCE gli interessi pagati sul debito pubblico del nostro Paese non dovrebbero subire effetti negativi. Nella situazione attuale se il differenziale con gli interessi pagati dalla Germania sui propri titoli di Stato ha avuto oscillazioni in aumento ciò non è dovuto ad una diminuita fiducia nei nostri titoli di Stato ma ad un apprezzamento dei titoli tedeschi considerati un bene rifugio nella situazione di incertezza seguita alla Brexit.

In conclusione si può ritenere che sostanzialmente i rischi economici per l’U.E. e per l’Italia in particolare non siano preoccupanti in quanto non idonei a compromettere l’andamento dell’economia che dipende da altri fattori ed a parte la possibile sofferenza di alcune imprese che esportano in prevalenza nel mercato britannico a causa della diminuzione di valore della sterlina rispetto all’euro e quindi dell’aumento del prezzo di vendita dei loro prodotti in quel mercato.

Molto di più si deve preoccupare la Gran Bretagna per il venir meno dei vantaggi di far parte del mercato unico. Il rischio maggiore per noi rimane quello delle perturbazioni e delle fibrillazioni finanziarie che si possono produrre senza un giustificato motivo e delle speculazioni che su tali timori possono trovare terreno fertile per essere effettuate.

Il voto della Gran Bretagna deve piuttosto essere interpretato e considerato come il segnale di un disagio e della necessità di una pausa di riflessione nel percorso fin qui seguito nel processo di formazione dell’Unione Europea. Riflessione non sul progetto complessivo di unione ed integrazione ma sulle modalità con cui si è cercato di realizzare questa unione. Sono stati, infatti, perseguiti e privilegiati obiettivi di natura economica ma è stata trascurata la promozione e la costituzione dei diritti sociali e ciò in contrasto con quanto voluto dai padri fondatori. L’Unione è stata nei fatti essenzialmente intesa ed utilizzata come strumento per consentire la libera circolazione dei capitali e delle merci ma non ci si è preoccupati di stabilire regole che garantissero il lavoro ed i ceti sociali più deboli. Anche la libera circolazione delle persone a seguito degli accordi di Schengen è stata intesa più come una possibilità per aumentare l’utilizzazione e l’impiego di manodopera piuttosto che una conquista fondamentale nella integrazione degli Stati: il diritto a muoversi senza impedimenti e controlli in uno spazio considerato comune e di tutti.

Sul voto del Regno Unito l’Economist, peraltro favorevole alla Brexit, dopo il risultato del referendum ha scritto che si tratta di una vittoria in favore dell’uscita dettata dalla rabbia di coloro che si sono sentiti lasciati indietro, quasi traditi dalla globalizzazione. Una rabbia di cui sono responsabili i sostenitori della globalizzazione e gli errori compiuti dai tecnocrati e dai media e che il voto è un segnale forte diretto al liberismo e si è trasformato in un voto di rigetto della Ue.

Dopo le esperienze devastanti delle guerre mondiali del secolo scorso i padri fondatori dell’Unione Europea si proposero come obiettivo primario l’unità politica del nostro continente. Non erano certamente contrari ad una integrazione economica ma lo scopo principale erano la pace e l’integrazione politica.

Al primo posto non c’erano la moneta ed i mercati finanziari, né i commerci e gli scambi né le inflessibili direttive, che sembrano essere diventate l’unico scopo dell’Unione, dettate da organismi comunitari che danno l’impressione di agire solo per tutelare gli interessi della grande finanza ed hanno il difetto di non essere eletti democraticamente e non rappresentano quindi la volontà popolare. Direttive emanate da organismi tecnici dopo trattative tra gli Stati membri nelle quali prevale il rapporto di forza tra gli Stati stessi e non ha modo di emergere la volontà sovranazionale “europea” dei “cittadini europei” la cui realizzazione dovrebbe invece essere lo scopo primario dell’Unione dei popoli d’Europa.

Sotto tale aspetto l’idea che sta alla base del progetto dell’Europa unita se non tradita si può ritenere dimenticata e trascurata. Altre priorità hanno preso il sopravvento e si sono affermate. La gente ha percepito questo distacco dell’Unione dalle istituzioni democratiche. Così come ha percepito che è stata amministrata fondamentalmente in base agli interessi del mondo degli affari e tale sensazione è stata resa ancora più evidente dalla crisi economica che ha drammaticamente accentuato il disagio sociale di molti e le disparità economiche tra strati diversi della popolazione.

Si è prodotto un danno nella visione dell’Europa causato da una marcata politica neoliberista che ha preso il sopravvento e si è affermata incontrastata. Danno ulteriormente accentuato dall’esercizio del potere in seno all’Unione da parte di organismi sottratti al controllo democratico. Ciò ha contribuito ad associare l’idea di Europa ad un progetto che sfugge dalla ricerca di una maggiore equità sociale. In tale contesto gli Stati membri invece che adottare politiche che perseguissero l’integrazione hanno concepito l’Unione Europea come l’occasione per trarre i maggiori vantaggi per il proprio paese.

Poteva la presenza della Gran Bretagna favorire la soluzione dei problemi che hanno impedito all’Unione di realizzare il progetto della propria effettiva unità democratica e di una vera partecipazione democratica ? Molti ritengono di no in quanto la sua partecipazione si è invece sempre caratterizzata per aver piuttosto ostacolato la realizzazione di quella sovranità popolare che è il presupposto fondamentale per l’effettiva realizzazione dell’Unione Europea.

Il Regno Unito, infatti, oltre che essere partecipe di altre alleanze e rapporti che ne condizionavano e limitavano la convinta partecipazione all’Unione, per cui ne riduceva la visione al solo libero mercato, era e rimane prigioniero del suo passato imperiale. Ha guardato al passato piuttosto che al futuro. E tuttavia anche se tali argomenti non sono privi di fondamento non ci si può che rammaricare per la perdita di un paese che fa parte dell’Europa, che ha contribuito alla sua storia, alla sua cultura e che in momenti drammatici anche recenti ha difeso la democrazia e la libertà.

L’uscita della Gran Bretagna può anche produrre l’effetto negativo di incoraggiare i sostenitori del si degli altri paesi ed i populisti che conquistano consenso raccogliendo lo scontento che nasce dalla insicurezza e dalle difficoltà economiche. Ma la risposta che l’Europa deve dare, a se stessa prima ancora che a coloro che non ci credono, deve essere quella di recuperare le idealità profonde che ne ispirarono il progetto e la nascita ed accompagnare tali idealità con politiche concrete e coerenti finalizzate alla realizzazione di una unità vera. Ciò implica la necessità di superare visioni limitate tese alla ricerca del vantaggio dei singoli Stati e di recuperare, invece, una visione ampia e generale della società.

Sappiamo che nessuna unione tra culture e storie diverse è facile da realizzare. Così come è difficile contemperare i vari e diversi interessi nell’ambito di una stessa comunità. Ma sappiamo anche che per superare i pregiudizi e gli interessi particolari occorre una idea che sia più forte e guidi verso l’unità. Se oggi, non domani ma oggi, l’Europa dimostra di essere in grado di credere ancora nell’idea di “Europa Unita” realizzando atti concreti di unione, solidarietà e attenzione verso gli Stati membri ed una politica democratica e sociale europea, allora quella idea non sarà solo un sogno ma una realtà.

In caso contrario il si della Brexit avrà vinto anche in Europa.

Francesco Caruso

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